venerdì 30 novembre 2012

The Day - Recensione

The Day
USA, 2012, colore, 87 min
Regia:  Douglas Aarniokoski
Sceneggiatura: Luke Passmore
Cast: Shawn Ashmore, Ashley Bell, Dominic Monaghan, Cory Hardrict, Shannyn Sossamon, Michael Eklund

Un rappresentante del filone post-apocalittico maggiormente orientato verso l'azione mi mancava. Se non erro, l'ultimo esponente fu Codice Genesi ma sono ricordi spiacevoli ed è meglio passare rapidamente oltre. Per prima cosa, se avete già dato un'occhiata al teaser trailer di The Day e siete amanti della buona musica, segnatevi il nome della canzone (Yasmin the Light degli Explosions In The Sky) e fatela vostra. Ancora meglio, fate vostro l'intero album senza lasciare che la lunghezza del titolo (Those Who Tell the Truth Shall Die, Those Who Tell the Truth Shall Live Forever) vi susciti antipatia perchè ne vale la pena.
La vicenda prende vita dieci anni dopo un'imprecisata catastrofe. Non ne conosceremo mai le cause, vedremo solo le conseguenze: fame, razziatori e tribù di cannibali. I cannibali in particolare, che in The Road facevano un'apparizione tanto fugace quanto destinata a rimanere scolpita nella mente, vengono eletti a minaccia numero uno. Un gruppo costituito da cinque giovani superstiti è diretto verso un luogo idoneo alla coltivazione dove piantare radici e i rari semi che si portano dietro. Ne fanno parte Rick (Dominick Monaghan, i cui personaggi sono affetti dalla sindrome di Sean Bean), nelle vesti del leader, il suo amico di vecchia data Adam (Shawn Ashmore), il malaticcio Henson (Cory Hardrict) e Shannon (Shannyn Sossamon), l'emotiva del gruppo che copula col leader. Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dall'aspetto minuto dell'ultima arrivata Mary (Ashley Bell), la cui brutalità e ferocia nel combattere è uno dei motivi di maggiore godimento della pellicola. Il ruolo del cattivo di turno è invece affidato al viso affilato di Michael Eklund, che ho trovato grandioso in The Divide. Per scelte professionali mi ricorda molto il Gary Oldman dei primi tempi, quello specializzato in ruoli di psicotico e violento. Non posso dire che gli attori siano tutti tagliati per il ruolo ma trovare un cast di tutto rispetto in una produzione dal budget così ridotto è un valore aggiunto. Salta subito all'occhio come la fotografia sia un plagio di quella del già citato The Road, toni grigi, quasi del tutto desaturati. Quindi bella ed evocativa. Qualche magagna arriverà col sopraggiungere della notte dove la fotografia è troppo scura e nelle scene più concitate risulta difficile capire cosa stia succedendo. Non so se sia una scelta stilistica ma per un film d'azione non è proprio il massimo. Le condizioni di Henson peggiorano ed il gruppo trova riparo dalla pioggia all'interno di una casa abbandonata. A proposito di Henson, il suo stato di salute è una variabile impazzita. E non mi riferisco alle botte di adrenalina che scaturiscono da un povero cristo che gradirebbe evitare di diventare la cena di un tizio con la cresta e della sua allegra famigliola. Passa da moribondo a quasi pimpante secondo criteri ignoti a tutti tranne che allo sceneggiatore Luke Passmore. Sorpresa delle sorprese, la cantina della casa è piena di scorte di generi alimentari. Troppo bello per essere vero. Una trappola scatta e la sirena comincia a suonare. Da questo momento in poi comincia l'assedio, la lotta per la sopravvivenza nell'arco di una giornata. La trama è tutta qui, lineare e senza fronzoli, che prevede un sacco di azione e non si tira indietro nel mostrare violenza e fiumi di sangue in CGI. Volendo sottilizzare, vista la superiorità numerica schiacciante dei cannibali e la penuria di munizioni dei nostri, non ci sarebbe da discutere sull'esito dello scontro. Va bene che il nemico è rappresentato da gente comune che dopo anni di stenti ha deciso di adottare differenti abitudini alimentari ma la loro attitudine al suicidio lascia perplessi. Assalti suicidi a parte, a rendere meno improbabile il tutto ci pensa Mary, che oltre ad essere una furia scatenata, padroneggia bene la strategia del terrore, impalando le teste mozzate dei nemici caduti come monito. Qualcuno però spieghi all'attrice che sei vuoi apparire una fumatrice credibile, il fumo deve essere immesso nei polmoni prima di essere espirato e non trattenuto semplicemente in bocca soffiando quella ridicola nuvolona. Che poi per apparire cazzuti mica bisogna essere per forza fumatori e tu, Aarniokoski, in questi casi non insistere troppo su di lei. Prima che si scateni l'inferno notturno, anche all'interno della casa hanno i loro grattacapi. La scena della tortura è ben girata e di notevole impatto emotivo, con la buona prova di Ashmore che pare abbia fortemente voluto il ruolo, forse per cercare di scrollarsi di dosso l'immagine del bravo ragazzo mutante. Solo che la metamorfosi di Adam in efferato torturatore sembra un po' forzata. Non del tutto improbabile viste le circostanze ma più che un calderone di rabbia pronto a esplodere sembrava un tizio in procinto di spararsi un colpo in testa, con quella maschera del dolore per la morte della moglie e della figlia perennemente calata sul viso.
Insomma The Day si colloca dalle parti dell'intrattenimento senza troppe pretese. Ha tra le frecce del suo arco una prima mezz'ora molto d'atmosfera e il ferale personaggio di Mary (fumo a parte) alla quale, nel finale, basta un colpo di coltello per esprimere efficacemente la sua posizione sul concetto di famiglia nel mondo post-apocalittico, tema su cui si insiste parecchio sia dalla parte dei buoni che dei presunti cattivi. E potrebbe non avere tutti i torti.

In una vecchia intervista risalente al Fantasy Fest 2011, Luke passmore collocava The Day come capitolo centrale di una trilogia già scritta che dubito verrà mai realizzata.

domenica 4 novembre 2012

Resident Evil: Retribution - Recensione

Resident Evil: Retribution
Germania/Canada, 2012, colore, 96 min
Regia: Paul W.S. Anderson
Scenggiatura: Paul W.S. Anderson
Cast: Milla Jovovich, Sienna Guillory, Michelle Rodriguez, Bingbing Li, Boris Kodjoe, Johann Urb, Kevin Durand, Oded Fehr, Shawn Roberts

I film della serie Resident Evil non hanno mai brillato in quanto a storia ma in quest'ultimo capitolo viene abbandonata totalmente qualsiasi pretesa di plot per concentrarsi unicamente su una sequela di momenti d'azione pompatissimi quanto a lungo andare monotoni e interminabili. Tenendo conto della struttura di Retribution, mai come in questo caso è corretto parlare di livelli più che di scene. Nemmeno il precedente capitolo, Resident Evil: Afterlife si era spinto a tanto. D'altro canto, e lo dico non senza rammarico, la saga videoludica ha intrapreso un percorso di abbandono della struttura da Survival Horror che l'ha portata nel corso degli anni ad uniformarsi sempre più con quanto ci viene proposto da Anderson. In questo contesto dove le sequenze si configurano come forsennate e convulse sessioni di gioco action, i cari vecchi zombie dall'andatura claudicante sarebbero fuori posto. Vengono rimpiazzati da qualche umano infetto tarantolato che si immola come carne da macello, destinato a lasciare spazio alla propensione al gigantismo del bestiario geneticamente modificato di Anderson, che rispolvera, raddoppiandole di numero o di dimensioni, alcune vecchie conoscenze.   L'introduzione di Retribution riprende l'epilogo del quarto capitolo, riproponendolo ed estendendolo tramite ralenti al contrario per fare capire che alla regia c'è lui, Paul W.S. Anderson, e un'ossessione è un'ossessione. Segue riassunto delle puntate precedenti per chi volesse sentire la voce di Milla/Alice per più di cinque secondi, ossia la durata media delle battute che pronuncia nel resto del film. Al termine del riepilogo troviamo un allegro quadretto familiare con un'inedita Alice in versione casalinga danarosa, il marito Carlos (Oded Fehr) e la figlia sordomuta Becky. L'idillio è destinato ben presto a finire quando il sobborgo residenziale viene invaso da un'orda di infetti. Mentre Carlos mutato sta per posare i tentacoli su di lei, si conclude questa piccola parentesi senza colpi di kung-fu e spacconate. Uno dei test del “Progetto Alice” è finito. Il nuovo clone della protagonista si sveglia (coperta solo da un fazzoletto di tessuto, come da prassi) all'interno dell'enorme base sottomarina della Umbrella Corporation situata sotto i ghiacci. Da qui in avanti si assiste unicamente al tentativo di fuga verso la superficie attraverso una serie di stage (le repliche di Tokyo, New York, Mosca e del sobborgo iniziale) tra Licker anabolizzati, raccordi tra le scene affidati alla solita mappa tridimensionale e ininfluenti ritorni di personaggi. Tramite l'espediente della clonazione c'è di nuovo spazio, stavolta tra le fila dei cattivi, per Michelle Rodriguez, Colin Salmon e qualcun altro. Un'operazione inutile che non va al di là del riconoscimento visivo perché nessuno ha un personaggio da interpretare. Stesso discorso vale per i componenti della squadra di recupero che vede tra le sue fila un paio di new entry buttate dentro a casaccio (Leon Kennedy, Barry Burton). Burton interpretato da Kevin Durand è l'unico che abbia un briciolo di caratterizzazione. Ma non c'è tempo da perdere con queste inezie, Anderson va troppo di fretta, ansioso di condurci al prossimo scontro. Una concezione che si muove nella direzione inversa rispetto a certe produzioni videoludiche odierne che ricercano un'attenzione narrativa e contenutistica sempre maggiore per farsi veicolo di emozioni ma anche di riflessioni. Qui al massimo si riflette su quanto prudesse a Milla la tutina in latex. Anche il tentativo di umanizzare Alice facendole instaurare un rapporto madre-figlia con la clone Becky resta ad un livello superficiale. Retribution come nei film precedenti pone le premesse per il capitolo successivo, il sesto ed ultimo, facendolo nel modo più spettacolare possibile. E c'è da scommetterci, sarà la versione sotto amfetamine di questo, che a sua volta è la versione sotto amfetamine di Afterlife.

venerdì 2 novembre 2012

Il canto di Paloma

La teta asustada
Spagna/Perù, 2009, colore, 94 min
Regia: Claudia Llosa
Sceneggiatura: Claudia Llosa
Cast:  Magaly Solier, Marino Ballón, Susi Sánchez, Efraín Solís, Bárbara Lazon, Karla Heredia, Antolín Prieto

Fausta (Magaly Solier), ventenne peruviana, è cresciuta sopraffatta dall'incubo di essere violentata come era accaduto alla madre incinta di lei negli anni '80, caratterizzati da violenza, stupri e terrorismo durante la guerra civile. Fausta vive in un ambiente chiuso, dominato da superstizioni tramandate e accettate come reali, che portano tutti gli abitanti di un quartiere povero di Lima a considerare inevitabile il comportamento della giovane. Proprio la madre morente le ricorda, con una cantilena straziante che ci può apparire come una sorta di testamento, di averle trasmesso questa “malattia”, avendola allattata con il latte del dolore. La violenza subita dalla madre si ripercuote sulla psiche della figlia, il suo ricorco (che Fausta sente sulla pelle perché l'ha vissuto quando era “dentro il suo ventre”) la tormenta, determinando un'incapacità di stabilire legami ed affetti che vadano oltre il ristretto ambiente familiare. Vive marginalmente i contatti, sfuggendo come è lecito aspettarsi sopratutto le figure maschili e assiste senza particolare coinvolgimento emotivo allo scorrere della propria vita. Già da anni, come modalità difensiva, ha introdotto un tubero in vagina (non viene lasciato spazio ad alcuna morbosità) con conseguenti infezioni e germogliamenti. Una svolta avverrà alla morte della madre. Spinta dal desiderio di riportarla nel suo paese natio e offrirle un degno funerale, si vedrà costretta, per trovare i soldi necessari, ad accettare lavoro come domestica nella villa di una pianista affermata ma dalla vena creativa un po' offuscata. Ma anche nel nuovo ambiente porta una maschera di dolore, è una sorta di automa. Si scioglie solo nel momento del canto: le cantilene inventate sul momento sono l'unico mezzo per essere trasportata fuori dai suoi momenti più dolorosi. Proprio una di queste cantilene verrà plagiata con enorme successo dalla concertista che, con violenza di classe schiacciante, non dimostrerà alcuna gratitudine nei confronti della creatrice. Considerata pericolosa, Fausta verrà licenziata e abbandonata per strada. Ma nonostante Il canto di Paloma sia tanto duro e spietato verso la sua protagonista, le cui tragedie sono le tragedie di un popolo, non chiude le porte a qualsiasi speranza. Trovare un posto dove abbandonare le proprie paure e aprirsi alla vita è possibile e Fausta incontrerà un uomo, un giardiniere, che riuscirà a farla “germogliare”. E il difficile cammino intrapreso nel tentativo di liberarsi dallo stato di morte interiore, tramandatole da una madre che aveva trasformato il suo vissuto nel presente della figlia, culminerà nella riconquista della vita.

mercoledì 12 settembre 2012

L'industriale

L'industriale
Italia, 2011, colore, 94 min
Regia: Giuliano Montaldo
Sceneggiatura: Giuliano Montaldo, Andrea Purgatori
Cast: Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Francesco Scianna, Elena Di Cioccio, Andrea Tidona


La storia si svolge nella Torino dei nostri giorni, a fare da sfondo alla crisi economica che attanaglia tutta l'Italia. Nicola (Pierfrancesco Favino) e Laura (Carolina Crescentini) appartengono alla Torino bene, lui piccolo industriale che ha ereditato l'azienda dal padre, lei affermata architetta figlia di ricchi produttori vinicoli. L'agiatezza e un'apparente serenità familiare ne caratterizzano la vita ma la crisi economica colpirà anche loro (o meglio lui), facendo emergere un malessere nella coppia destinato a sfociare in una crisi profonda. Nicola si trova nella condizione di perdere tutto ciò che ha in qualche modo contribuito se non a rafforzare quantomeno a portare avanti. Troppo orgoglioso per chiedere un prestito alla suocera arpia, che forte della posizione economica potrebbe tranquillamente aiutarlo (non senza ottenere vantaggi per sé), scivolerà in una cupa depressione che metterà in luce le basi non proprio solide su cui poggia il suo matrimonio: la trasformazione da vincente che non scende a compromessi a uomo in crisi dominato dall'ansia di fallimento (resa ancora peggiore dalla volontà di non vanificare il lavoro di una vita del padre, figura fortemente presenta pur nella sua assenza) allontana Laura, che già non disdegna le attenzioni di un operaio rumeno, dal marito. Intanto banche e società finanziarie svolgono egregiamente la loro funzione di avvoltoi e si sottolinea la scarsa attenzione che l'Italia ripone nelle fonti di energia alternative e nella ricerca a loro correlata (la fabbrica destinata al fallimento produce pannelli solari). Crisi economica e sentimentale viaggeranno a braccetto almeno fino a quando la seconda prenderà nettamente il sopravvento. Purtroppo infatti, quello che ha prima vista potrebbe apparire come uno spaccato della crisi economica visto dagli occhi dei padroni, rivela ben presto la sua vera essenza di drammone sentimentale sulla disgregazione di un matrimonio. Il salvataggio della fabbrica da parte dell'orgoglioso Nicola perde visibilità nel corso della narrazione fino ad essere relegato sullo sfondo per fare capolino nel tragicomico finale. I riferimenti a temi di attualità sono presenti e graditi ma quando il film abbandona la strada del cinema di denuncia sociale per dedicarsi unicamente ai soporiferi tentativi di Nicola di non perdere la moglie -e il problema è che succede decisamente presto- spariscono pure loro. Non è il film che mi sarei aspettato, altrimenti non mi sarei avventurato in un genere per me indigesto.

domenica 22 luglio 2012

L'angolo dell'avventuriero: Beneath a Steel Sky


Revolution Software è stata fondata da Charles Cecil, Tony Warriner, David Sykes e Noirin Carmody in Inghilterra nel 1990 come reazione alle avventure grafiche della Sierra. Il loro primo gioco, Lure del Temptress, non riscosse molti consensi, ma al secondo tentativo azzeccarono il colpo e Beneath a Steel Sky è universalmente riconosciuto come un classico del genere.

Beneath a Steel Sky si svolge in un'Australia futuristica dove la maggior parte della popolazione vive in enormi città a conduzione aziendale e piccole tribù si sono stanziate nel deserto conosciuto come The Gap (la Radura nella versione italiana). L'introduzione, affidata al fumetto allegato al gioco ad opera del mitico Dave Gibbons (Watchmen) che ha anche disegnato tutti gli sfondi, racconta la storia di un ragazzino il cui elicottero precipita nel Gap e viene allevato dagli aborigeni. Ricordando solo il suo nome di battesimo, Robert, gli viene conferito il cognome Foster per via di una lattina di birra Foster's Pilsner trovata sul luogo del disastro. Nella versione americana, per evitare violazioni del copyright, il marchio della birra è stato sostituito con “SS IPM RAW" che letto al contrario forma warm piss, piscio caldo. Foster è un ragazzo brillante e riesce a costruire un piccolo robot di nome Joey per tenergli compagnia. Raggiunta l'età adulta si verifica un nuovo sconvolgimento nella sua vita quando un elicottero atterra nella Radura e individui in divisa nazistoide lo rapiscono per riportarlo nella giungla urbana conosciuta Union City, non prima di averne sterminato la famiglia adottiva. Le cose si complicano quando l'elicottero in avaria precipita sulle torri della città lasciando Foster come unico superstite. Come se non bastasse, la polizia locale lo ha classificato come terrorista e comincia a dargli la caccia. Sempre più confuso, Foster vede friggere davanti ai suoi occhi un poliziotto in procinto di arrestarlo, come se una forza invisibile vegliasse su di lui. Comincia così un discesa verso il basso in cerca di risposte.

Union City è socialmente stratificata in diversi livelli, con il concetto di acropoli sovvertito. I poveri e gli operai vivono nelle fabbriche ai livelli superiori mentre all'alta borghesia e ai quadri dirigenziali sono riservati i livelli più bassi. L'intera città è controllata dal LINC, un computer che controlla ogni singolo aspetto della vita e a quanto pare ha raggiunto l'autocoscienza dopo essersi fuso con la mente di uno dei suoi creatori. Lo shock culturale per l'ingenuo Foster è enorme, sia per l'eccessivo controllo governativo che per la strana gente in cui si imbatte.

La palma di personaggio più divertente e satirico del gioco va al grasso supervisore di fabbrica Gilbert Lamb, che trotterella in giro indossando un cappotto di pelliccia "fatto con gli ultimi dieci castori rimasti al mondo" e il suo doppio mento si può ammirare nella gloriosa bassa risoluzione VGA. Non ha praticamente idea di ciò che fa la sua fabbrica né gliene frega qualcosa. Vive per pavoneggiare il suo status sociale nonostante si mantenga sul vago su come abbia fatto a raggiungerlo. Esaurire il suo conto in banca e abbassarne lo status è un atto di giustizia sociale.

A far compagnia a Foster troviamo il fido Joey. Oltre a fungere da spalla comica, è possibile inserire la sua scheda madre in diversi modelli robotici che saranno d'aiuto nel corso dell'avventura. In puro stile cyberpunk è anche possibile interfacciarsi con il LINC, previa operazione per ottenere una porta installata nel cranio in cambio dei testicoli di Foster (post-mortem, per sua fortuna). Nel cyberspazio Foster è rappresentato da un avatar blu che assomiglia parecchio al Dr. Manhattan di Watchmen (chissa come mai) e gli oggetti dell'inventario sono rimpiazzati da comandi più attinenti al mondo virtuale.


Anche se all'apparenza si potrebbe pensare il contrario, ho trovato Beneath a Steel Sky un gradino più maturo rispetto ad altre avventure grafiche dell'epoca. Una coesistenza un po' straniante tra atmosfera opprimente e situazioni umoristiche. Sepolto sotto quintali di battute come vuole la tradizione e musichette scanzonate, il tono è più tetro e adulto di quanto possa sembrare, anzi una volta entrati nelle gallerie della metropolitana per scoprire i segreti del LINC il fattore demenziale sparisce del tutto. L'ottima scrittura tiene in piedi questo delicato equilibrio.

Il gioco presenta una versione migliorata del motore Virtual Theatre, già utilizzato in Lure of the Temptress, la cui caratteristica principale è che i personaggi non giocanti vanno in giro e parlottano tra di loro in maniera apparentemente casuale. In Lure andarli a cercare per l'area di gioco era un delirio, qui le cose vanno un po' meglio perchè non vanno mai troppo lontano.

Beneath a Steel Sky funziona perfettamente sui sistemi operativi odierni attraverso l'uso di ScummVM ed è oramai freeware. È possibile scaricare una copia gratuita da GOG. Nel 2009 venne rilasciata una versione rimasterizzata per iPad e iPhone che si dimostrano piattaforme ideali per le vecchie avventure grafiche. Recentemente Cecil e Gibson hanno affermato di aver avuto un'ottima idea per una futura collaborazione videoludica. Visti i rispettivi impegni con il nuovo capitolo della serie Broken Sword e il fumetto Secret Service scritto da Gibson in tandem con Mark Millar, non se ne parlerà tanto presto.

domenica 15 luglio 2012

Men in Black 3

Men in Black 3
USA, 2012, colore, 106 min
Regia: Barry Sonnenfeld
Sceneggiatura: Etan Cohen
Cast: Will Smith, Tommy Lee Jones , Josh Brolin, Jemaine Clement, Emma Thompson, Michael Stuhlbarg, Alice Eve, Bill Hader

Il supercriminale alieno Boris L'animale evade dalla prigione di massima sicurezza situata sulla Luna per vendicarsi dell'agente K che quarant'anni prima l'aveva gettato in galera dopo avergli staccato un braccio. Il piano prevede un salto temporale nel passato nel tentativo di uccidere il giovane K e impedire la creazione di un sistema di difesa orbitale che ha portato la sua razza all'estinzione. L'agente J lo seguirà a ruota per salvare il collega e la Terra stessa.

Quando uno studio si rivela essere a corto di idee per un franchise, la via più comoda è quella di riportarlo indietro nel tempo, magari in un periodo storico attualmente molto sfruttato dal cinema USA, gli anni '60. Dato che Men in Black 3 nasce come blockbuster-rimpiazzo del cancellato Spiderman 4 di Sam Raimi e la sua sceneggiatura è stata più volte riscritta in corso d'opera, era lecito attendersi un risultato che avrebbe richiesto l'uso di un neuralizzatore per rimuovere ogni traccia del film il prima possibile. Invece sorprendentemente, pur non essendo esente da difetti, MIB 3 funziona abbastanza bene e si colloca maggiormente vicino al capostipite del 1997 che all'orrendo sequel. Bisogna subito sottolineare che la sceneggiatura è di una semplicità inaudita, tuttavia il film riesce a mantenere un'energia frenetica e il ritmo giocoso per buona parte del film, concedendosi persino qualche momento dolceamaro. A tale proposito vengono alla luce alcuni retroscena che chiariscono la dimensione paterna che il personaggio di K assumeva nei confronti di J nel primo film. Il rammarico maggiore è che la New York del 1969 recava in sé tutta una serie di possibilità che, o per pigrizia o per mancanza di coraggio, sono appena abbozzate. Le potenzialità c'erano, solo che non vengono sfruttate a dovere. Per esempio, lo spaesamento di un afroamericano di oggi alle prese con una società per molti versi bigotta e razzista resta confinato in una gag e mezzo e la vena pop è piuttosto sottotono. È la stessa New York del 1969 ad essere poco dettagliata. Togliendo l'approssimarsi del lancio dell'Apollo 11, qualche auto d'epoca e il divertente incontro con Andy Warhol intento a fotografare modelle aliene nella Factory, non si ha molto l'impressione di trovarsi nel passato.

Nel cast spicca la performance di Josh Brolin, che interpreta il giovane ma non per questo più loquace agente K. Brolin fornisce un'emulazione praticamente perfetta del lavoro svolto da Tommy Lee Jones sul personaggio. Neanche a dirlo, il film poggia sulle sue spalle e quelle di Will Smith, che quando la smette di credersi l'attore serio che non è e ritorna alla sua dimensione originaria se la cava benone. Una breve partecipazione anche per Tomyy Lee Jones il cui ruolo è stato largamente e saggiamente ridimensionato. I segni del tempo si vedono eccome. La scelta è assolutamente condivisibile, appare chiaro che la stanchezza del personaggio è la stanchezza dell'attore. Jemaine Clement, sepolto sotto tonnellate di make-up, veste i panni del cattivo di turno, Boris l'animale, un tamarro tutto un digrignare di denti che spara aculei dal palmo delle mano. Con l'escamotage del viaggio del tempo i Boris diventano due ma anche sommandoli insieme non fanno un villain da ricordare: nulla a che vedere con Vincent D'Onofrio/Edgar. Il primo incontro tra le due versioni è un esplicito omaggio a Ritorno al futuro, quando il vecchio Biff del futuro mette in riga la sua avventata controparte giovane.
Quando Men in Black 3 venne annunciato, mi limitai, come penso molti altri, a fare spallucce. Forse è stata proprio la mancanza di aspettative che mi ha permesso di godermi appieno questo viaggio nel tempo, tema trito e ritrito. A prescindere dalla banalità della trama, non ci si annoia, le battute più o meno riuscite ci sono, Josh Brolin è un valore aggiunto e Mick Jagger è un alieno giunto sulla Terra per inseminare femmine umane. Che altro si può chiedere da un film come questo?

p.s.: palesemente indirizzati alla versione 3D sono il vorticoso salto temporale e la scollatura di Nicole Scherzinger.

sabato 14 luglio 2012

Trailer per l'action post-apocalittico The Day

Scomparso per qualche tempo dai radar, The Day si ripresenta con un nuovo trailer e una data d'uscita nei cinema statunitensi fissata per il 29 agosto, sempre che non sia disponibile prima tramite VOD. Per il suo terzo lungometraggio Douglas Aarniokoski (Highlander: Endgame) sceglie il futuro post-apocalittico. In un contesto votato all'azione, The Day segue, nell'arco di ventriquattr'ore, la lotta per la sopravvivenza di alcuni superstiti alla prese con un gruppo di cannibali guidati dal Padre (Michael Eklund, bravissimo in The Divide). Il cast comprende inoltre Dominic Monaghan (Il signore degli Anelli), Ashely Bell (L'ultimo esorcismo), Shawn Ashmore (X-Men - Conflitto finale) e Shannyn Sossamon (Le regole dell'attrazione).

mercoledì 4 luglio 2012

Aleksander Nordaas' In Chambers

Bak lukkede dører
Norvegia, 2008, colore, 9 min
Scritto e diretto da Aleksander Nordaas








video

Bella variante di Stay, non c'è che dire. Quest'anno Nordaas è tornato alla carica con Thale, un'altra incursione nel folklore scandinavo dopo i troll del 2010. Stavolta tocca alla huldra con la sua simpatica coda.


giovedì 21 giugno 2012

Hell - Recensione

Hell
Germania/Svizzera, 2011, colore, 89 min
Regia: Tim Fehlbaum
Sceneggiatura: Tim Fehlbaum, Oliver Kahl, Thomas Wöbke
Cast: Hannah Herzsprung, Stipe Erceg, Lars Eidinger, Lisa Vicari, Angela Winkler



2016, lo strato d'ozono è scomparso e l'intensità dei raggi solari ha decimato la popolazione rendendo la vita impossibile ai superstiti, ridotti alla costante ricerca di acqua e crema solare. Dopo un flashback iniziale per farci capire che in questo mondo privo di strutture sociali gira brutta gente, veniamo catapultati a bordo di una Volvo scassata con i finestrini oscurati alla meno peggio. All'interno si trova il nucleo centrale dei personaggi quasi al completo: Marie (Hannah Herzsprung) con la sorella minore Leonie e un ragazzo di nome Philip. Il legame tra le due sorelle è molto forte, quello tra Marie e Philip è basato sull'amore romantico: lui fornisce auto e protezione, lei ricambia con una certa vicinanza fisica. Nulla di particolarmente scabroso, sono le regole della sopravvivenza ed è più lei che sfrutta lui, chiaramente innamorato. La destinazione finale sono le montagne, dove potranno imbottigliare personalmente acqua minerale Evian in quantità (non sto scherzando). Gli uccelli nel cielo lo suggeriscono.

Tim Felhlbaum, tedesco classe '82, decide di affidarsi al sottogenere post-apocalittico per la sua opera prima, spalleggiato per l'occasione dal connazionale Roland Emmerich in veste di produttore esecutivo. L'impronta “ignorante” del re dei blockbuster irrealistici per fortuna non è presente, anche se si nota la volontà di rendere il film facilmente assimilabile da un pubblico più vasto possibile, senza eccedere in cattiveria e disperazione. Sono pronto a scommettere che il titolo ad effetto Hell, che in tedesco vuol dire luminoso, se lo sia inventato Emmerich a cui piacciono i doppi sensi faciloni. D'altra parte il titolo di lavorazione Das ende der nacht, la fine della notte, non era molto veritiero quindi va bene così.

Parte bene Hell, mostrandoci scene di ordinaria sopravvivenza sotto la minaccia del sole cocente, sottolineata perfettamente dalla fotografia abbagliante di Markus Förderer. Azzeccata la scelta in queste fasi di non avvalersi di colonna sonora, solo luce accecante e silenzio, i personaggi sospesi in un'atmosfera surreale. Particolarmente apprezzabile è la mancanza di spiegoni con la contestualizzazione affidata a vecchi quotidiani abbandonati e ad una breve didascalia iniziale. Così come sono assenti i piagnistei melensi su quanto è andato perduto. Se il comparto tecnico riesce a dar vita all'idea di partenza e a creare un'atmosfera estremamente riuscita pur con un budget limitato, è la sceneggiatura che non brilla per originalità limitandosi a percorrere binari abusati e guidandoci verso un happy end che nessuno metterebbe mai in dubbio. C'è troppa poca cattiveria, Hell non osa, cerca di non urtare la sensibilità dello spettatore medio. Anche quando entra in scena una comunità di bifolchi cannibali e i suoi magazzini stipati di persone in attesa di diventare carne da macello (qualcuno ha detto The Road?), il film rifugge da immagini troppo crude o ad alto tasso di malessere emotivo. Non è un brutto film --l'idea di partenza e la sua realizzazione sono ottime-- solo che questo viaggio per la sopravvivenza si rivela prevedibile e la mancanza di sussulti e momenti forti che rimangano impressi lo rende facilmente dimenticabile.

giovedì 14 giugno 2012

Liquid Sky

Liquid Sky
USA, 1982, colore, 112 min
Regia: Slava Tsukerman
Sceneggiatura: Slava Tsukerman, Anne Carlisle
Cast: Anne Carlisle, Paula E. Sheppard, Susan Doukas, Otto von Wernherr




Durante un festino a base di musica New Wave, un piccolo UFO atterra nell'appartamento di Margaret e Adrian, rispettivamente una modella cocainomane e la sua ragazza spacciatrice. Il passeggeri, minuscoli alieni mutaforma, si nascondono in casa all'insaputa della coppia alla ricerca di una fonte molto insolita di nutrimento, le endorfine prodotte dal cervello durante l'orgasmo sotto l'effetto di droghe pesanti. Risvegliatasi dopo una notte di sesso, Margaret trova la sua ultima conquista con un cristallo tagliente che gli sporge dalla testa. Diventa così una pedina nel procacciamento di cibo per gli alieni, utilizzati a loro volta come strumento di rivalsa nei confronti del genere maschile, verso il quale Margaret non nutre molta simpatia in seguito ad esperienze negative.

Prodotto a basso costo scritto dal misconosciuto regista russo Slava Tsukerman in collaborazione con l'attrice Anne Carlisle, Liquid Sky è un tripudio alienante di luci psichedeliche e insegne al neon che riesce a cristallizzare lo spirito degli anni '80 sia nei suoi aspetti più superficiali e modaioli che nelle più profonde implicazioni sociologiche. Ne deriva l'impietoso ritratto di una generazione devastata a livello fisico e psicologico dall'invasione delle droghe pesanti. Anne Carlisle, nel doppio ruolo di Margaret e del modello gay e, ovviamente, cocainomane Jimmy, offre una performance di rigida artificiosità e verrà ricordata più come ragazza manifesto dell'androginia che come attrice. Sebbene tecnicamente mostri tutti i segni del tempo, Liquid Sky merita una riscoperta in virtù del suo spirito indipendente e di un approccio unico alla sessualità. Si segnala anche come fonte d'ispirazione per l'estetica electroclash.

martedì 12 giugno 2012

War of the Dead

War of the Dead
USA/Lituania/Italia, 2011, colore, 86 min
Regia: Marko Mäkilaakso
Sceneggiatura: Barr B. Potter, Marko Mäkilaakso
Cast: Andrew Tiernan, Mikko Leppilampi, Samuel Vauramo, Jouko Ahola, Mark Wingett, Andreas Wilson, Magdalena Górska

Credo fosse il 2007 quando sentii parlare per la prima volta di questo film che all'epoca si chiamava Stone's War. Riuscì a destare la mia curiosità, vuoi perché il filone nazi-zombie all'epoca non era così inflazionato, vuoi perché si vociferava che James Van Der Beek avrebbe interpretato il capitano Stone del titolo e volevo farmi quattro risate. Una produzione quantomeno travagliata trasformò il progetto stesso in uno zombie, non si riusciva a capire se fosse vivo o morto. Diversi titoli, cast e compagnie di produzione dopo, War of the Dead riesce stoicamente ad essere ultimato e distribuito in DVD. Van Der Beek purtroppo non c'è. In compenso è il film più costoso ad essere stato girato in Lituania (1 milione di euro). Trama (se di trama si può parlare): 1939, da qualche parte lungo il confine tra Finlandia e URSS si trova un bunker dove i nazisti conducono esperimenti genetici sui soldati russi catturati. 1941, da qualche parte lungo il medesimo confine, un'unità d'élite composta da soldati finlandesi e americani sforacchia e si mena con soldati russi, soldati russi zombie, soldati finnici zombie, soldati nazisti, soldati nazisti zombie. Punto. Tutti parlano inglese sempre e comunque. Lungi da me fare il puntiglioso, lo dico unicamente per motivi pratici. Magari se i finlandesi si fossero espressi nella loro lingua madre avrebbero recitato in maniera leggermente più decente. Nulla da fare per Andrew Tiernan (l'Efialte di 300), lui anche senza l'handicap della lingua è scarso comunque. Tra uno zombie e l'altro, i nostri eroi raggiungono il bunker nazista. Mediante una scatoletta esagonale con gingilli meccanici che si portano appresso dall'inizio, aprono una sorta di sarcofago e si svela il GRANDE MISTERO: tre secondi di inquadratura di un tavolo con cinghie. Ecco da dove vengono quelle cose, dice Stone. Ma vaffanculo, dico io. Manco lo sforzo di inventarsi una boiata qualsiasi.
Riporto la continuazione del dialogo:
“Cosa stavano facendo?” chiede Stone.
“Non lo so ma questo spiega quelle cose.” risponde il tenente Laakso che è un campione di logica deduttiva.
“Quest'affare le ha riportate in vita.”
“Tu credi?”
“Il diavolo ha molti travestimenti.”
“I soldati delle SS...” farfuglia Laasko guardando un punto imprecisato tra le sue scarpe, forse in risposta all'affermazione di prima.
“Forza, controlliamo la stanza.”
Discorso definitivamente chiuso, mistero svelato e via ad ammazzare altri zombie.

Vediamo cos'altro offre War of the Dead.
Zombie: veloci e prestanti. Amano formare gruppi di tre aspettando una granata che puntuale arriva.
Battute tamarre: non pervenute. Il film si prende parecchio sul serio.
Carisma dei personaggi: impalpabile. Stone al massimo è perentorio nella panza.
Gentil sesso: un'unica fugace presenza femminile in tutto il film, la graziosa Magdalena Górska, infilata a forza per il momento strappalacrime.
Resa tecnica: i primi minuti sono imbarazzanti. Ostinato rifiuto del campo/controcampo rimpiazzato dalla camera che i sposta a sinistra e a destra come nelle interviste in piazza che si vedono al Tg.  La macchina da presa urla la sua presenza con riprese sghembe e oblique, senza un motivo ben preciso. Forse per accrescere la sensazione di pericolo, ma è una mia ipotesi che non trova riscontro. Poi qualcuno deve essere rinsavito e ci si attesta su livelli decenti.
Violenza: il sangue digitale più pixelloso che vedo da anni. Stone è piromane nell'anima.

Concludendo, si può apprezzare la caparbietà con cui Mäkilaakso abbia portato avanti il progetto ma non riesco a trovare un singolo motivo per arrivare fino alla fine di questo film, escludendo il masochismo o l'insonnia. Una serie di scene d'azione collegate alla rinfusa, senza traccia di plot, umorismo e talento nella messa in scena. Solo zombie e tanta noia.

mercoledì 6 giugno 2012

Virtuality - Recensione

Virtuality
USA/Canada, 2009, colore, 87 min
Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Michael Taylor, Ronald D. Moore
Cast: Nikolaj Coster-Waldau, Kerry Bishé, Joy Bryant, Sienna Guillory, James D'Arcy, Clea DuVall, Ritchie Coster

Sono passati cinque mesi dall'inizio del viaggio decennale dell'astronave Phaeton e mancano pochi giorni al punto di non ritorno, quando verrà definitivamente presa la decisione se continuare o meno la missione alla volta del pianeta Epsilon Eridani. La Terra è vittima di stravolgimenti climatici, con la situazione in via di peggioramento. La missione della Pheaton si trasforma quindi da semplice missione esplorativa in una questione si sopravvivenza della specie. Per far fronte ai costi che la spedizione comporta, gli astronauti, che si prestano più o meno volontariamente, divengono protagonisti di un reality show seguito da miliardi di persone sulla Terra: la nave è tappezzata di telecamere, ci sono sponsor da esibire, il confessionale e altre amenità di questo genere. La prima mezz'ora appesantita dagli stereotipi del reality potrebbe risultare fuorviante; Virtuality è in grado di regalare numerosi colpi di scena a chi avrà la pazienza di aspettare. Per vincere la sfida psicologica di una missione a lungo termine sono invece presenti dei moduli virtuali programmabili a piacimento per ottenere una simulazione realistica delle proprie fantasie, e magari condividerle, o avere semplicemente un po' di privacy. C'è chi si reinventa stratega durante la guerra di secessione, chi spia sotto copertura. Però il paraplegico alpinista, dopo Strange Days, non è più ammissibile. Man mano che il momento della decisione si avvicina, i guasti tecnici diventano sempre più frequenti e gli astronauti sperimentano, nel migliore dei casi, la morte virtuale a causa di un misterioso personaggio, presenza clandestina nei loro mondi simulati. Forse si tratta di un'anomalia di programmazione, forse qualcuno a bordo ha hackerato i moduli. Le conseguenze a livello psicologico saranno imprevedibili.

Se guardiamo il panorama odierno e a quali serie televisive di fantascienza è concesso avere a disposizione un'intera stagione, se non addirittura il rinnovo, per rendersi sempre più ridicole come se due puntate non fossero già sufficienti, il rimpianto per uno show mai nato come Virtuality è ancora maggiore. Avere come produttore un nome stranoto aiuta, essere Ronald D. Moore, che i fan del remake di Battlestar Galactica conoscono bene, a quanto pare no. La Fox da parte sua, ancor prima che il rating d'ascolto lo condannasse definitivamente, non è mai sembrata particolarmente interessata al progetto Virtuality, forse predilige cose più terra terra/Terra Nova. Venne indetta la solita raccolta di firme per convincere l'emittente a fare marcia indietro e ordinare nuovi episodi (poveri illusi) ma quando la dicitura di IMDb mutò da pilot a film per la TV si capì che non c'era nulla da fare. Ed è un peccato, perché il mix di viaggio spaziale, spunti cyberpunk, complotti e atmosfera paranoica, almeno sulla carta era potenzialmente devastante e con tutta questa carne al fuoco era più che lecito sperare in una stagione senza punti morti, magari limando qualche aspetto che a molti è risultato decisamente indigesto. In particolare sono state le concessioni allo stile reality show e l'odiatissimo confessionale a destare le maggiori critiche. Per quanto mi riguarda capisco solo parzialmente tutto questo accanimento, infatti l'utilizzo delle telecamere posizionate dentro e all'esterno della nave nella stragrande maggioranza dei casi si limita a fare da raccordo tra una scena e l'altra. Discorso diverso per le parti relative al confessionale, presenza fastidiosa e fin troppo invasiva almeno nella prima parte di questo lungo episodio pilota da un'ora e mezza. Ma il vero problema è l'utilizzo che se ne fa, il limitarsi alla superficie prediligendo lo sfogo emotivo ad un reale approfondimento psicologico. Una maggiore attenzione in fase di scrittura non avrebbe guastato. Attenzione che non manca quando il ricorso ai mondi virtuali è finalizzato ad indagare le interazioni tra tecnologia e cervello umano, tra la realtà e la sua percezione. Ciò che percepiamo come reale attraverso un medium che interfacciandosi col cervello dà luogo ad un'attività sensoriale, può essere considerato reale a tutti gli effetti? Se attraverso questo processo percettivo, un flusso di stimoli può entrare nel campo della nostra coscienza e produrre sensazioni intense, allora chi è vittima di uno stupro nel mondo virtuale risentirà degli effetti emotivi e psicologici per il resto della sua vita? Dopo il fattaccio, sminuito dal maschilismo di bordo, le donne dell'equipaggio non staranno a guardare. Non sapremo mai come andrà a finire questa sorta di rape&revenge virtuale né perché la personalità di un astronauta morto continui a scorrazzare liberamente per la simulazione. Sì, la sorte di Virtuality è stata decisamente immeritata.

lunedì 28 maggio 2012

Sector 7

7 gwanggu
Corea del Sud, 2011, colore, 118 min
Regia: Ji-hun Kim
Sceneggiatura: Je-gyun Yun
Cast: Ji-won Ha, Sung-kee Ahn, Ji-ho Oh, Ae-ryeon Cha, Han-wi Lee

Se sommiamo le parole monster movie e Corea del Sud, il risultato, inevitabile, sarà The Host (Gwoemul). Il bel film di Joon-ho Bong, risalente ormai al 2006, è capace di amalgamare perfettamente non solo generi ma anche registri diversi: si passa dall'allegria al dramma in pochi attimi, si riflette sui legami familiari, ci si emoziona. Nessuno si sarebbe aspettato qualcosa del genere da un film con mostro mutato emerso dal fiume Han. Sector 7 non è The Host, è un b-movie d'azione di quelli beceri e al massimo ci si può interrogare su quale scena sia più demenziale o quale blockbuster hollywoodiano stiano plagiando in quel determinato momento.

Premetto che i sottotitoli in inglese impressi sul video della mia versione seguono regole note solo ai traduttori automatici. Per quel poco che c'è da capire bastano e avanzano.
Hae-jun (Ji-won Ha) è una ragazza che ha deciso di seguire le orme padre, morto in circostanze poco chiare, lavorando su una piattaforma petrolifera con laboratorio di ricerca annesso. La vita le piace così, in mezzo al grasso, al petrolio e alle trivelle. Freudiano o meno, condivisibile o meno, mi pare comunque più dignitoso che lucidare pali da lap dance in note ville sotto lo sguardo di statuette di Priapo. Negli intervalli tra una trivellazione e l'altra, la noia regna sovrana e la nostra Hae si lancia in trashissime corse in moto (noto passatempo su qualsiasi piattaforma petrolifera che si rispetti) insieme al suo innamorato Dong-soo (Ji-ho Oh). Magnifico vederla sterzare a cavallo di una moto immobile mentre lo schermo alle sue spalle proietta un rettilineo.
Dell'equipaggio di macchiette blateranti fa parte anche un ritardato pervertito, la cui collocazione professionale non ci è dato sapere. Semplicemente va bighellonando per la base e ogni tanto funge da punchball umano per combattere lo stress lavorativo di tutti i giorni. Comunque non importa. Quel che importa è che verrà subito etichettato come colpevole quando il mostraccio di turno verrà risvegliato e comincerà a mietere vittime. Giusto per allungare il brodo, come se il film non fosse già abbastanza lungo e snervante di suo. Intanto lo zio di Hae (Sung-kee Ahn), un pezzo grosso della compagnia petrolifera universalmente riconosciuto come il figo della situazione nel suo giubbetto Weyland-Yutani farlocco, atterra sulla piattaforma e pare saperla lunga. Finalmente il mostro si palesa e comincia ad accoppare tutti. È identico a quello di The Host con l'aggiunta di una lunga lingua e tentacoli stile hentai che secernono un liquido che tutti pensano sia sperma ed invece è un liquido infiammabile, il carburante del futuro. Che cosa starà mai combinando la compagnia? In laboratorio segue chiarimento zio-nipote su sorte del fratello-padre. Il linguacciuto mostro afferra linguescamente lo zio e lo fa roteare come una trottola. Lui da vero figo qual è, mentre gira vorticosamente afferra al volo una bottiglia di acido solforico posta tra decine di altre bottiglie e la scaglia sulla creatura. Poi esce di scena per riapparire random in altre occasioni armato di lanciafiamme. E non pensate che si finita qui, siamo appena a metà film. Esaurita la comicità involontaria resta solo il lungo calvario per l'eliminazione del mostro. Siete avvertiti.
Per essere il primo film coreano in 3D è un ottimo inizio, non c'è che dire.

giovedì 24 maggio 2012

The Divide - Recensione

The Divide
Germania/USA/Canada, 2011, 112 min, colore
Regia: Xavier Gens
Sceneggiatura: Karl Mueller, Eron Sheean
Cast: Lauren German, Milo Ventimiglia, Michael Biehn, Michael Eklund, Rosanna Arquette, Courtney B. Vance, Ashton Holmes, Iván González

New York, l'apocalisse nucleare si scatena riflessa negli occhi colmi di lacrime di Eva (Lauren German). Mentre fioccano le bombe e la città si trasforma in un'indistinta massa fiammeggiante, Eva ed altre otto persone riescono a trovare scampo nel seminterrato del palazzo dove vivono, trasformato in rifugio antiatomico dal paranoico e bigotto custode Mickey (Michael Biehn). Quest'ultimo, accettata di malavoglia l'intrusione nel suo dominio privato, assume immediatamente il controllo della situazione e ordina che la porta d'ingresso rimanga chiusa fino a quando non deciderà che ci siano i presupposti per uscire. Il gruppo dei sopravvissuti comprende inoltre il balordo numero uno Josh (Milo Ventimiglia), il balordo numero due Bobby (Michael Eklund) legato al primo da un rapporto di sudditanza psicologica e omosessualità non troppo latente, Sam (Iván González) che è la quintessenza della passività e dell'insicurezza, la nevrotica Marilyn (Patricia Arquette) con figlia a carico e gli inutili Delvin ed Adrien, fratello di Josh.Mentre le scorte di viveri si assottigliano e la sfiducia cresce tra personaggi che non hanno nulla in comune tra loro, fa capolino un subplot puramente fantascientifico che non verrà sviluppato. Misteriosi uomini in tuta antiradiazioni fanno irruzione ad armi spianate e rapiscono la bambina, sigillando definitivamente i superstiti all'interno dello squallido e spoglio seminterrato, senza alcuna possibilità d'uscita. La speranza non abita più qui, una condizione metaforicamente trasposta nella fotografia del bunker (Gens come di consueto si affida a Laurent Barès, con cui aveva già collaborato in Frontier(s) e nell'orribile adattamento del videogame Hitman) che non concede il conforto di alcun colore. Ed è quando i corpi cominciano a mostrare i primi sintomi di avvelenamento da radiazioni e la psiche vacilla che The Divide scade, lasciandosi andare ad una violenza autocompiaciuta che non si sa bene dove voglia andare a parare. Tra teste rasate, dita mozzate e stupri di gruppo si procede una brutalità dopo l'altra, al punto che l'unica cosa che ci si chiede è quanto lontano potranno spingersi i personaggi e quali depravazioni, soprattutto sessuali, potranno mai arrivare. Che ci si interroghi sugli angoli più oscuri della mente umana che aspettano solo determinate circostanze per venire alla luce? Affidare la fin troppo repentina regressione allo stato animale a personaggi come Josh e Bobby è scelta piuttosto ridicola: da gente egoista e violenta già nel mondo pre-apocalittico non ci si aspetta certo che cerchi di razionalizzare o cominci a snocciolare sermoni new-age e assuma la posizione del loto. Nonostante questo non si può non sottolineare la performance di Michael Eklund, una spanna sopra gli altri per intensità e creatività. A Michael Biehn tocca invece la parte della macchietta fascistoide probabile veterano di guerra con annesso sigaro d'ordinanza. Però quando imbraccia un fucile avveniristico ha guizzi del marine coloniale dei tempi che furono che definirei commoventi.
Spero che in futuro l'innegabile talento visivo di Gens -basti guardare l'adrenalinico incipit e un angoscioso finale dove la “bellezza” dell'apocalisse è ai massimi livelli- trovi altri mondi da esplorare.

Una curiosità: il cast quasi al completo dovrebbe tornare a lavorare insieme in The Farm, diretto dallo stesso Xavier Gens. Sempre che il progetto vada in porto.

venerdì 13 aprile 2012

A volte ritornano...

Ed eccomi di ritorno. Dopo un lungo silenzio dovuto a molto, molto lavoro e un nuovo blog finto esistenzialista che almeno mi sta dando qualche soddisfazione economica nonostante lo odii profondamente insieme a tutti gli adolescenti, o almeno spero per loro che lo siano, decerebrati che lo frequentano, è ora di tornare nei tranquilli e, ahimè, trascurati lidi di Freezone. Naturalmente non chiuderò l'altro blog perchè sono un venale bastardo (ci tengo a precisare che era nato con le migliori intenzioni comunque) ma nemmeno lascerò Freezone al suo destino come uno Schettino qualsiasi. Sempre nella speranza che questa spinta propositiva non faccia la stessa fine dei buoni propositi di inizio anno. Beh, chi vivrà vedrà. Ne approfitto per chiedere scusa ai quattro gatti che hanno chiesto mie notizie per mail ricevendo in risposta solo il più assoluto silenzio interepretato come menefreghismo. Non ve la prendete a male, trascurato il blog, trascurata la mail che fa capo al blog. Semplice.
Il tempo è tiranno quindi vi lascio con il meglio e il peggio di questi giorni di quiete. A presto!


ARIRANG
Qualche settimana fa l'amico Ralph con tono giustamente accalorato mi parla di questo documentario di uno dei nostri registi di culto, quello sciroccato di Kim Ki-duk, il prezzemolino festivaliero per eccellenza, e immediatamente me ne passa una copia. Ricordo ancora quando anni fa, ben prima del successo di Ferro 3, grazie a quell'altro matto asincrono di Ghezzi scoprimmo quest'uomo vedendo L'isola. Forse furono i personaggi quasi muti impregnati di violenza, forse la nebbiosa ambientazione lacustre che rende indimenticabili le scene oniriche, forse il fatto che eravamo fusi come delle pigne, fatto sta che fu amore a prima vista. E la pesca assunse un nuovo significato. Le proiezioni del Lumiere ci aiutarono a colmare le nostre lacune e archi, mazze da golf e lastroni di vetro infilati nella pancia divennero un immancabile appuntamento annuale fino alla sua completa sparizione nel 2008. Che fine ha fatto questo regista così prolifico e, almeno per il sottoscritto, mai dimenticato? Arirang è la risposta. Pare che sul set di Dream, durante la scena di suicidio, l'attrice protagonista stesse per rimetterci davvero le penne e il nostro, profondamente sconvolto, si sia ritirato in montagna a vivere da eremita. Siccome è innegabile che furbetto lo sia sempre stato, tenne un videodiario di questa esperienza e, conoscendolo, c'è da scommetterci che già si prefigurasse una partecipazione festivaliera, puntualmente avvenuta con tanto di premio. Se il personaggio piace, ci si passa tranquillamente sopra, in caso contrario Arirang non lo si vedrebbe nemmeno. Promosso.

L'ORA NERA
C'era davvero bisogno di questa coproduzione russo-americana che della poetica fantascienza russa non ha nulla e di Skyline ha fin troppo?
La presenza in cabina di regia di Chris Gorak, che quando scrive e dirige tira fuori dal cilindro un piccolo gioiello di paranoia da dopobomba come Right at Your Door, in questo caso non conta: questo è un blockbuster. Un blockbuster per giunta prodotto da Timur Bekmambetov, uno che non ha mai fatto un film nemmeno lontanamente decente. La trama è piuttosto semplice: quattro americani (due programmatori di software e due zoccole) scelgono il momento peggiore per visitare la Russia, ritrovandosi nel bel mezzo di un'invasione di alieni elettrici che si divertono a smaterializzare la popolazione. A fare da sfondo alla vicenda troviamo una Mosca da spot elettorale, ricca e fashion, che pare uscita da una puntata di Californication, insegne in cirillico permettendo. Purtroppo (o per fortuna) le scene con Vladimir Putin, rigorosamente a petto nudo, che scorrazza per la città in sella al suo cavallo e si fa beffe degli alieni a colpi di vodka Kremlin Award sono state tagliate all'ultimo momento. Forse verrano reinserite nella extended edition.Tirando le somme, L'ora nera scorre via, riciclando e scopiazzando, senza particolari sussulti, non raggiunge le vette di idiozia patriottica dei suoi omologhi interamente americani (tra cui spicca World Invasion: Battle Los Angeles) con i quali però perde il confronto dal punto di vista della spettacolarità. Certo ridurre problemi macroscopici, in questo caso la libertà d'espressione in Russia, a frecciatine da popcorn movie è prassi comune ma se lo potevano anche risparmiare.
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