lunedì 13 settembre 2010

Resident Evil: Afterlife - Recensione

Resident Evil: Afterlife
UK, Germania, USA, 2010, colore, 97 min
Regia: Paul W.S. Anderson
Sceneggiatura: Paul W.S. Anderson
Cast: Milla Jovovich, Wentworth Miller, Ali Larter, Shawn Roberts, Kim Coates, Spencer Locke, Boris Kodjoe, Kacey Barnfield, Sienna Guillory

A chi può interessare un film come Resident Evil: Afterlife 3D?
a) Ad un pubblico consapevole che, generalmente in compagnia, decide di spegnere il cervello per un’ora e mezza e farsi quattro risate con un pop-corn movie qualsiasi. Che sia un buon film è irrilevante, anzi meglio che non lo sia.
b) Ai fan di Resident Evil animati da una curiosità masochistica per vedere come verrà stuprato questa volta una dei loro giochi preferiti.
c) Ai fan di Resident Evil allo stadio terminale a cui basta sentirne pronunciare il nome per avere un’erezione.
d) Ai ragazzini che possono trovare un valido sostituto alle attrazioni 3D dei parchi a tema.

Alice (Milla Jovovich), l’eroina dei film precedenti, assalta in cerca di vendetta il quartier generale sotterraneo della Umbrella Corporation in Giappone. Il virus T presente nel suo corpo le fornisce i superpoteri, si clona da sola come l’agente Smith di Matrix e rade tutto al suolo. Il cattivo di turno, il carismatico (mai quanto nel videogame) Albert Wesker (Shawn Roberts), riesce a fuggire e inocula ad Alice il vaccino per il virus. Tutta allegra e contenta per essere di nuovo umana, sebbene con un addestramento speciale, si mette alla ricerca dei suo amici recandosi in Alaska dove un misterioso messaggio radio promette un posto sicuro nella comunità di Arcadia. Trova solamente Claire Redfield affetta da amnesia che la attacca per via di un congegno per il controllo mentale impiantato nel petto. Rimosso il congegno, le due volano a Los Angeles dove, una volta atterrate sul tetto di un carcere circondato da un’orda di zombie, fanno conoscenza con altri sopravvissuti tra i quali Chris Redfield. Scoprono inoltre che Arcadia non è un luogo bensì una nave e cercano di raggiungerla.

Paul W.S. Anderson torna alla guida del franchise a otto anni di distanza dal capostipite da lui diretto, un discreto action movie a tinte horror. Stendiamo un velo pietoso sui film successivi, soprattutto sul terzo, indifendibile da qualsiasi angolazione lo si guardi.
Lasciando da parte il fatto che si tratta di media differenti, ormai parlare di trama da videogioco risulta fuori luogo vista l’attenzione sempre maggiore che l’industria videoludica ripone nello sviluppo degli intrecci che stanno diventando un requisito imprescindibile per ogni produzione che si rispetti. Per Resident Evil: Afterlife possiamo benissimo parlare di trama da videogioco nell‘accezione negativa di qualche anno fa. Anderson saccheggia a piene mani elementi e personaggi dalla serie (soprattutto da Resident Evil 5) gettandoli nello stesso calderone senza starci a pensare troppo e senza fornire spiegazioni di sorta. Non resta altro che seguire i personaggi mentre si confrontano con nemici sempre più ostici fino al boss finale. La sacra triade armi-tette-zombie in tutto il suo splendore. Banali e senza alcun mordente i dialoghi, fatto grave per un film del genere dove la gente si aspetta la battutaccia ad effetto sorridendo della sua stupidità. Unica nota positiva: non vi è traccia di insulsi risvolti sentimentali, sarebbe stato davvero troppo.
Milla Jovovich fa quello che le è chiesto di fare, dare bella mostra di sé e Wentworth Miller dimostra che la dieta ferrea ha dato i suoi frutti (chi si ricorda l’ultima stagione di Prison Break il cui il fretellino esile Wentworth Miller era diventato il doppio del fratello armadio Dominic Purcell?) ma il suo Chris Redfield è incolore. Degli altri personaggi è inutile ricordare anche solo il nome, tanto sono assolutamente insignificanti e crepano ancora prima che si riesca a memorizzarlo.
Ad un certo punto compare random, in maniera assolutamente insensata, un mostro armato di martellone/ascia. L’ipotesi più probabile è che abbia sbagliato set credendo di trovarsi su quello di Silent Hill. In quest’occasione Ali Larter/Claire Redfield, che abbandona il mutismo circa quattro volte in tutto il film e sempre con risposte monosillabiche, si sveglia dal torpore e inizia il combattimento. Tra pose plastiche, espressioni da calendario, vestiti aderenti e capelli bagnati che scendono sul viso, l’impressione è che da un momento all'altro l’inquadratura possa allargarsi e mostrare il backstage di un set fotografico.
Il 3D, la cui qualità è garantita dal Cameron/Pace Fusion System, è tutto un tripudio di proiettili e shuriken (sì, all’inizio c’è Milla in versione ninja) dritti in faccia allo spettatore. Peccato che alcune strutture sembrino dei modellini e a volte i personaggi risultino avulsi dallo sfondo come nelle vecchie avventure grafiche con attori digitalizzati dove i personaggi sembravano appiccicati al fondale. Dal canto suo Anderson pare sia stato colto da un raptus da ralenti, abusando soprattutto nella prima parte di bullet time e fermo immagine stile Matrix.
Per concludere, Afterlife è già proiettato verso il quinto episodio e nel caso voleste vedere Jill Valentine e la sua scollatura in 3D non scappate alla comparsa dei titoli di coda.

1 commento:

arym ha detto...

penso di appartenere alla prima categoria di telespettatori!!! non ho idea di come sia la saga versione videogame... so solo che amo il fracasso dei colpi di Milla contro i suoi nemici! :)

ps: zombies are everywhere! ;D

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