martedì 29 novembre 2011

Stay - Nel labirinto della mente

Stay
USA, 2005, colore, 99 min

Regia: Marc Forster

Sceneggiatura: David Benioff

Cast: Ryan Gosling, Ewan McGregor, Naomi Watts, Kate Burton, Bob Hoskins, Elizabeth Reaser, Janeane Garofalo


Sam Foster (Ewan McGregor) è uno psichiatra che sostituisce una collega nella presa in carico di Henry (Ryan Gosling), giovane studente d’arte, che in teoria, come emerge dal loro primo incontro, ha dato fuoco alla propria auto. Ma dalla scena iniziale del film, con un'auto che si capovolge più volte e alla fine prende fuoco mentre sull'asfalto appare seduto un ragazzo che rialzatosi si incammina lungo l’autostrada mentre tutto attorno si accalcano le macchine, siamo portati a credere, per cercare un senso, un collegamento plausibile, che il ragazzo sia sopravvissuto all'incidente automobilistico in cui probabilmente hanno perso la vita altre persone (sull’auto si trovavano i genitori e la ragazza che avrebbe voluto sposare) e che traumatizzato, abbia "dimenticato" buona parte dell'evento colpevolizzandosi e credendosi responsabile solo di uno degli elementi dell'incidente, appunto il fuoco, che ha soppiantato nella sua mente gli altri aspetti della tragedia. Sam è sempre più coinvolto dagli incontri con Henry, che si svolgono in un breve arco di tempo, soprattutto da quando il ragazzo che si sente "posato" dal precedente terapeuta (e già qui alcuni elementi appaiono strani o comunque non corretti professionalmente: in psicoterapia non si abbandona mai un paziente di botto) gli comunica l'irremovibile intenzione di suicidarsi alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, allo scoccare della mezzanotte del sabato successivo, tre giorni dopo.
Un tentato suicidio è già presente nella vita di Sam in quanto la sua ragazza aveva tentato in passato di togliersi la vita ed era stata salvata in extremis grazie al suo intervento (comunque qui c'è volutamente una mancanza di chiarezza, la ragazza potrebbe essere stata una sua paziente dopo il tentativo di suicidio dettato, in un momento di sconforto, dall'impossibilità di sopportare la vita, ma allora non si capisce come mai l'abbia salvata nel bagno della loro casa) e ciò condiziona le loro scelte di vita di coppia, infatti Sam non riesce a liberarsi dal pensiero intrusivo che la sua ragazza possa reiterare il gesto (potrebbe rivolgersi lui stesso ad un bravo psichiatra!). Inizia per Sam una corsa contro il tempo nel tentativo di conoscere le dinamiche che possano spingere il giovane a compiere tale gesto, contattando le persone che lo conoscono. Tutto è avvolto nel mistero e niente è come appare e ciò che sembra reale e tangibile è un'illusione e il reiterarsi degli incontri, alcuni con persone già morte, e delle situazioni fanno precipitare Sam in una dimensione non interpretabile razionalmente in cui il confine tra il reale e l’immaginario che sconfina nel delirio lucido è estremamente labile. Tutto si rivelerà inutile e il ragazzo si ucciderà.
Solo allora la realtà apparirà nella sua completezza e sarà possibile comprendere appieno certi passaggi. Nell'incidente il ragazzo è gravemente ferito, i genitori e la ragazza sono morti, e mentre la gente intorno si adopera per prestare i primi soccorsi (tra questi la psichiatra che lo ha abbandonato, in realtà una donna che è andata alla ricerca di aiuto) sperimenta una "visione panoramica della vita" ma non in senso retrospettivo bensì con creazione prospettica partendo dalla eventuale salvezza e creerà tante storie di vita con un loro passato e presente in cui tutte le persone incontrate, tutte le frasi apparentemente illogiche, sono in realtà quelle percepite prima di morire. Ma questa vita sarà priva di slancio vitale e il pessimismo, l'incapacità di superare la perdita e il ritenersi responsabile prenderanno il sopravvento e solo una morte predeterminata, fortemente voluta potrà "salvarlo" da una non esistenza. Bisognerà aspettare i titoli di coda per vedere scorrere l'intera esistenza di Henry, quella reale fatta di piccole e grandi cose, di positivi punti di riferimento, di progettualità e ci si rende conto che nessun'altra vita sarebbe stata possibile.

venerdì 18 novembre 2011

Rosa di Jesús Orellana

Complimenti a Jesús Orellana che da solo è riuscito a sfornare un corto visivamente accattivante con un’ambientazione post-apocalittica parecchio figherrima. E dico subito che a me non è piaciuto, al di là del mero aspetto visivo non mi ha emozionato per nulla. Questi combattimenti Matrix style mi hanno francamente fracassato gli zebedei, me cala la palpebra. E se l’intero corto ruota intorno a questo, per quanto mi riguarda non va oltre un tech demo fatto con Maya, e a nulla serve un finale che fa il verso a quello di The Cathedral in salsa ecologista. Per carità, nulla di male a scegliere la via più facile per ottenere visibilità, un sacco di gente sbava dietro a questa roba. Non io, comunque. Pare che Rosa verrà convertito in un lungometraggio con attori in carne e ossa, spero che venga posta maggiore attenzione all’aspetto narrativo e se son rose fioriranno (ok, questa me la potevo pure risparmiare).

martedì 15 novembre 2011

Retreat - Recensione

Retreat
UK, 2011, colore, 90 min

Regia: Carl Tibbetts

Sceneggiatura: Carl Tibbetts, Janice hallett

Cast: Cillian Murphy, Thandie Newton, Jamie Bell, Jimmy Yuill


Martin (Cillian Murphy) e Kate (Thandie Newton), coppia sposata in crisi che ha vissuto di recente una tragedia personale, decide di rintanarsi su una remota isola a largo delle coste scozzesi. La speranza, più di lui che di lei, è che questo luogo associato a ricordi felici possa salvare un matrimonio che pare inevitabilmente compromesso. Lei, ancora sconvolta da una gravidanza accolta in maniera fredda dal marito e non andata a buon fine, gli rivolge a stento parola e riversa le sue frustrazioni in mail chilometriche. I tentativi di lui di stemperare la tensione si infrangono contro un muro di stronzaggine e la faccia antipatica di Thandie Newton. I continui problemi tecnici alla radio e al generatore del cottage e l’incapacità di Martin nel risolverli non aiutano la situazione. Proprio quando la tensione raggiunge il culmine, un individuo ferito vestito in abiti militari e in possesso di una pistola (Jamie Bell) collassa di fronte la loro porta. Afferma di chiamarsi Jack e che, mentre partecipava ad un’esercitazione militare in zona, il mondo è stato investito da una pandemia che sta mietendo migliaia di vittime e presto l’isola sarà invasa da gente disperata in fuga dal contagio, quindi per la sicurezza di tutti bisogna barricarsi nel cottage. Impossibilitati a comunicare con la terraferma, i due coniugi accolgono la notizia sospesi tra l’incredulo e l’atterrito mentre Jack non ci metterà molto ad autoproclamarsi padrone di casa a scapito del gracile Martin e della sua lamentosa consorte. Retreat si propone come scopo principale di insinuare nello spettatore lo stesso dubbio di cui sono partecipi i protagonisti: Jack sta dicendo la verità ed il mondo è sul serio sull’orlo del baratro o si trovano semplicemente di fronte ad un uomo affetto da turbe psichiche spinto a restare sull’isola da altre motivazioni? Come spesso avviene in questi casi e senza voler spoilerare nulla, la verità sta nel mezzo, per quanto assurde e poco chiarite siano la circostanze che portano la presenza di Jack sull’isola. Il dubbio, comunque, dura poco. Non c’è bisogno di essere spettatori smaliziati per notare che l’insistenza con cui vengono proposte situazioni di presunto assedio senza che si veda mai anima viva rappresenti un clamoroso autogol. E una volta capito che si tratta di tutto fumo e niente arrosto, anche quel minimo di tensione si era venuta a creare va a farsi benedire. Non resta che godersi la buona prova del ristretto cast, con qualche riserva sulla legnosa Newton. Bravo Jamie Bell, ambiguo e minaccioso al punto giusto, che se si fosse lasciato andare alla caricatura dello psicopatico avrebbe definitivamente affossato il film. Il piccolo Billy Elliott ne ha fatta di strada. Cillian Murphy va bene se preso singolarmente nella sua mezza metamorfosi stile Cane di paglia ma sullo schermo l’alchimia con la Newton è zero, continuano a sembrare due estranei anche quando la situazione degenera in un vero e proprio sequestro favorendone il riavvicinamento. Tirando le somme, il primo lungometraggio di Carl Tibbetts è senza mordente, senza sussulti, nonostante un cast per 2/3 efficace. Con un pizzico di sadismo ho scelto il poster UK, di rara bruttezza, che sembra quello di qualche horror post-apocalittico di serie Z.

mercoledì 9 novembre 2011

I tre moschettieri - Recensione

The Three Musketeers
Germania/USA/UK, 2011, colore, 110 min

Regia: Paul W.S. Anderson

Sceneggiatura:Alex Litvak, Andrew Davies

Cast: Milla Jovovich, Orlando Bloom, Logan Lerman, Matthew MacFadyen, Christoph Waltz, Ray Stevenson, Mads Mikkelsen, Juno Temple, Luke Evans

Non sono un detrattore a prescindere di Paul W.S. Anderson, uno di quelli che aspetta l’uscita di ogni suo film giusto per piazzargli un bersaglio tra le chiappe e sparare con l’artiglieria pesante giusto per rimanere in allenamento fino alla prossima “fatica” di Uwe Boll. È chiaro che l’unica cosa che sappia fare è attingere da universi consolidati (Aliens vs Predator, Resident Evil), dotarli di una discreta confezione e in una duplice operazione occhieggiare ai fan e renderli accessibili a chi non ha conoscenza del materiale di base, fumetto o videogame che sia. Nella maggior parte dei casi il risultato è comunque piuttosto triste ma raramente riesce a sfornare qualcosa di guardabile o, nel caso di Death Race, addirittura godibile. Della cinematografia di Anderson salvo giusto il primo Resident Evil, che pur non avendo nulla a che fare con il videogame della Capcom si lasciava guardare, i momenti demoniaci e gore di Punto di non ritorno e il sorprendente Death Race dalla regia incredibilmente solida ma penalizzato da quella faccia da pirla di Jason Statham che non possiede un minimo del carisma di Vin Diesel, per tacere degli action hero dei tempi d’oro. Animato dalla malsana curiosità di vedere in che modo sarebbe stato violentato il romanzo di Alexandre Dumas padre e complice una strampalata promozione in cui mi hanno praticamente regalato il biglietto, mi lancio nella visione di questi tre moschettieri in chiave postmoderna. Dei sessanta e passa adattamenti de I tre moschettieri quello che presenta la maggiore somiglianza in termini di bruttezza con il film di Anderson è D’Artagnan del 2001 firmato Peter Hyams, la versione imbastardita con il cinema di Hong Kong, nella quale i protagonisti più che gli attori erano gli stuntman chiamati a dar vita ad interminabili ed estenuanti duelli svolazzanti. L‘operazione di svecchiamento fu un disastro e D‘Artagnan & company non vennero più presi in considerazione. Poi venne lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie e Anderson, sempre pronto a sfruttare i trend del momento, si mise strane idee in testa… Il regista, con la scusa del 3D che ne trae beneficio, continua sulla pessima strada intrapresa con Resident Evil Afterlife, annichilendo la messa in scena in un trionfo di sfondi digitali e condendo il tutto con imbarazzanti siparietti comici (per chi non si sa), dialoghi peggiori di tutti i Resident Evil messi insieme, ralenti che non c’entrano un cazzo e trappole con raggi laser che c’entrano anche meno. Tanto per essere chiari, non basta spegnere il cervello per godersi questi moschettieri vagamente steampunk grazie ai progetti di navi volanti del sempreverde e supersfruttato Leonardo da Vinci, qui non siamo dalle parti dello stupidamente divertente. Magari stupidamente irritante. Quando D’Artagnan senior (Dexter Fletcher), posseduto da sceneggiatore dementi, rifila al figlio un’imprescindibile lezione di vita del tipo “Mettiti nei guai, fai errori, combatti, ama, vivi” si capisce che anche spegnendo il cervello, sarà dura. Risultato di cotanta perla di saggezza, in grado di rivaleggiare con il “vivo, amo, uccido e sono contento” dell’ultimo Conan, è che a junior gli sparano cinque minuti dopo. In questo contesto nulla possono i poveri Athos (Matthew Macfadyen), Porthos (Ray Stevenson) e Aramis (Luke Evans) ridotti a macchiette da videogame. Athos pur non nuotando passa per “un nuotatore provetto” e non si capisce come faccia a non annegare con tutta la ferraglia che porta addosso. Potrebbe essere un palombaro ante litteram non fosse per il trascurabile problema di riuscire a respirare sott’acqua. Il prete mancato Aramis tra luna piena e gargolle d’ordinanza si lancia dai tetti manco fosse la vampiressa Kate Beckinsale in Underworld e Porthos non lo si può tenere incatenato che ti fa crollare la prigione e non diventa nemmeno verde. Discorso a parte merita D’Artagnan che è sempre stato insopportabile ed era lecito aspettarsi che venisse interpretato dall’ennesimo ragazzetto con la faccia da schiaffi. Stavolta tocca a Logan Lerman, già visto ne Il patriota dove era uno dei figli di Mel Gibson e in Gamer, che per contratto deve avere il ciuffo alla Zac Efron in qualsiasi epoca sia ambientato il film. Non vedo l’ora di vedere cosa ci riserverà il tristemente certo sequel. Ma anche no.

giovedì 13 ottobre 2011

Paths of Hate

Era da tempo che non mi capitava di galvanizzarmi così tanto per un corto. Lo studio di post produzione polacco Platige Image si dimostra ancora una volta un’incredibile fucina di talenti e stavolta tocca a Damian Nenow guadagnarsi la meritata visibilità. Il combattimento aereo mozzafiato al centro del corto e l’inappuntabile realizzazione tecnica non devono trarre in inganno, non siamo dalle parti del mero esercizio di stile. Paths of Hate un’anima ce l’ha eccome.
Godetevelo nella sua interezza prima che lo facciano rimuovere pure a me!





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venerdì 7 ottobre 2011

New Rose Hotel

New Rose Hotel
USA, 1998, colore, 93 min

Regia: Abel Ferrara

Sceneggiatura: Abel Ferrara, Christ Zois

Cast: Willem Dafoe, Asia Argento, Christopher Walken, Yoshitaka Amano, Annabella Sciorra, Gretchen Mol, John Lurie


New Rose Hotel nasce dall’incontro di Abel Ferrara con il titolo del racconto di William Gibson. Sì, col titolo, visto che Gibson risulta non pervenuto. In compenso, gaudio e giubilo, c’è lei, Asia Argento. Non oso immaginare come recitasse in inglese ma quanto cotante attrici si doppiano da sole è musica per le orecchie. Ci penserà la Bellucci a privarla della palma di peggior autodoppiaggio di sempre, e non in una sola occasione. Almeno all’epoca la figlia di quel regista che ha fatto una pessima fine parlava un linguaggio semicomprensibile e non s’era trasformata in un biascicante clone del Bossi post-ictus. Il contesto di questo adattamento sospeso tra porno soft e irritazione è quello classico del Gibson prima maniera. Le corporazioni detengono il potere a livello mondiale sostituendosi di fatto ai governi e combattono tra loro una guerra spietata fatta di spionaggio industriale, contendendosi i servigi di illustri scienziati in grado di spostare gli equilibri di potenza con il proprio talento. Ogni mezzo è lecito, coercizione e rapimento sono la prassi. Fox (Christopher Walken) e X (Willem Dafoe) ricevono dalla multinazionale Hosaka l’incarico di sottrarre lo scienziato Hiroshi (l’illustratore e animatore giapponese Yoshitaka Amano) alla Maas Biolabs. Per raggiungere lo scopo i due ingaggiano Sandii (la già citata Argento), giovane squillo d’alto bordo adescata a Tokyo, affinché seduca Hiroshi e lo convinca a seguirlo abbandonando la famiglia e l‘azienda per cui lavora. X, con sommo piacere, si incarica dell’addestramento softcore della ragazza finendo per innamorarsi del tatuaggio sempre in primo piano della Argento e mandando tutto a rotoli sotto lo sguardo sempre più perplesso di Fox. Senza tradimento che noir sarebbe.
Ferrara, che sembra un lontano parente del regista dallo sguardo scorsesiano di Fratelli o di quello allucinato de Il cattivo tenente, rigetta la struttura originale del racconto di Gibson, un ininterrotto flashback di X che braccato dai sicari della Maas Biolabs attende la fine nella bara di un capsule hotel, e si lancia in una soporifera investigazione dei meccanismi dell’immagine e della visione, affidandosi a soluzioni stilistiche estreme quanto indigeste. La narrazione di fatto si interrompe quando Sandii completa con successo l’incarico e solo con qualche accenno verbale si farà luce sul suo tradimento, sulla spietata ritorsione della Maas Biolabs e il tragico destino di quel fesso di Hiroshi. Da questo momento in poi Ferrara ripete e ricicla numerose scene della prima parte del film, a volte con minime variazioni. Non che prima andasse meglio, un’ora di inquadrature riprese da telecamere di sicurezza, orrendi split screen, immagini che scorrono su dispositivi mobili e altre amenità del genere. La vita è tutta un’illusione e New Rose Hotel è un film sperimentale? Se sperimentale è sinonimo di inguardabile, allora sì, New Rose Hotel è un film sperimentale. Non ci fossero stati due vecchi volponi come Willem Dafoe e un mefistofelico Christopher Walken a palleggiarsi battute con una buona dose di improvvisazione, la situazione sarebbe stata ancora più tragica. Certo se quegli haiku nonsense fossero usciti dalla bocca di un altro avrebbero scatenato irrefrenabili impulsi distruttivi ma a Christopher si perdona tutto. Non che il nostro non abbia mai partecipato a ciofeche colossali, solo che queste non avevano pretese da film d’autore. E in questo caso l’autore in questione sforna una boiata autoreferenziale dove lo stile prevarica sulla sostanza. Come se già non fosse bastato Johnny Mnemonic, ci pensa New Rose Hotel a ribadire la sfortuna che perseguita l’adattamento di qualsiasi cosa scritta da Gibson, che dal canto suo intasca l’assegno e pare non fregarsene più di tanto.

domenica 25 settembre 2011

Peacock - Recensione

Peacock
USA, 2009, colore, 90 min

Regia: Michael Lander

Sceneggiatura: Michael Lander, Ryan O Roy

Cast: Cillian Murphy, Ellen Page, Susan Sarandon, Josh Lucas, Bill Pullman, Graham Beckel, Keith Carradine


John Skillpa (Cillian Murphy) è un giovane uomo molto riservato. Dotato di calma apparente e controllo cerebrale, lavora diligentemente e silenziosamente nello scantinato della banca di Peacock, piccolo centro del Nebraska. Della sua vita da adulto, segnata dalla solitudine, con ipervigilanza ed evitamento fobico del contatto sociale, i concittadini sanno ben poco. Già dalle battute fuori campo della madre che aprono il film viene perfettamente delineata la tragica, devastante infanzia di bambino-oggetto alla mercé di una madre che lo alleva sul modello delle proprie fantasie malate, creando una piccola comunità duale da proteggere con il silenzio assoluto. John porta sulla pelle le conseguenze, per dirla con le parole di Alice Miller, di questa “pedagogia nera”. L’incapacità di affrontare autonomamente delle scelte pratiche è solo uno degli aspetti legati al trauma della sua infanzia. Ma soprattutto John presenta un disturbo di personalità multipla, una forma grave di scissione, conseguenza delle gravi violenze psicologiche e sessuali subite da una madre possessiva e autoritaria che le falsificava come atto d’amore. L’altra sua personalità è rappresentata da Emma, figura femminile “incontrata” esattamente lo stesso giorno della morte della madre come tentativo di costruire un modello suppletivo di sostegno e accudimento. Emma è la classica mogliettina anni 50 che provvede alle faccende domestiche rendendosi il più possibile invisibile all’esterno, con regole precise nella gestione della casa ma anche desiderosa di un figlio. Tutto procede indisturbato nella vita di John/Emma, finche fanno irruzione due elementi imprevisti: il deragliamento di un treno nel giardino di casa, che renderà visibile un’Emma fino ad allora sconosciuta al circondario, e la comparsa di Maggie, giovane madre single. Maggie (una non eccessivamente credibile Ellen Page) è una vecchia conoscenza della vita di John e, disperata, vi riappare per chiedere la continuazione dell’aiuto economico per il proprio bambino, del quale John è il padre pur avendone da sempre ignorato l’esistenza, che, legalmente riconosciuto, veniva sostenuto fino ad un anno prima dalla madre aguzzina. Tra Emma e Maggie si creerà un rapporto doloroso e sincero. La ragazza rivelerà di essere rimasta incinta dopo essere stata adescata in un bar dalla madre di John e assoldata per prestazione sessuali con partecipazione attiva e supervisione della stessa. Questi eventi determineranno un aggravamento dello squilibrio psichico, con le due personalità che agiranno in autonomia e spesso in contrapposizione. Da una lato troviamo Emma che intravede la possibilità di poter adottare il bambino per concretizzare il suo bisogno di maternità, dall’altro un John sconvolto per il riaffiorare dei terribili momenti della sua infanzia che tenterà di allontanare Maggie offrendole tutti i suoi risparmi. Sarà Emma a spuntarla, mettendo in pratica un piano articolato per l’eliminazione della parte maschile di sé. Ma proprio il ritrovarsi “madre” farà scattare la paura della possibile coazione a ripetere e, lasciando andare Maggie e il bambino, ripiomberà nella più totale solitudine.
Visione interessante e particolare questo Peacock, soprattutto per chi pretende un’attenzione psicologica minuziosa e corretta in ogni suo aspetto e non storce il naso di fronte ad un tono esageratamente melodrammatico. Grande prova di Cillian Murphy sia per quanto concerne Emma che soprattutto per un John tutto sorrisi di sottomissione appena accennati che cerca di accentuare il più possibile la mascolinità della sua voce. Si potrebbe obbiettare, nonostante un doveroso plauso all’ottimo lavoro svolto in fase di make-up, che la mancata individuazione di John in Emma da parte dei cittadini di Peacock non sia esattamente il massimo della credibilità ma, data la natura tendente all’invisibilità del personaggio, con qualche sforzo si può anche chiudere un occhio.

domenica 4 settembre 2011

Dopo il matrimonio - Recensione

Efter brylluppet
Danimarca/Svezia/Uk, 2006, colore, 120 min

Regia: Susanne Bier

Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen

Cast: Mads Mikkelsen, Rolf Lassgård, Stine Fischer Christensen, Sidse Babett Knudsen, Mona Malm, Neel Rønholt


Jacob (Mads Mikkelsen) lavora in un orfanotrofio in India, quando giunge la notizia che un miliardario danese vuole “incontrarlo per stringergli la mano” prima di concedere il finanziamento necessario alla sopravvivenza della struttura. Jacob è fuggito dal suo passato ed ora è proprio il passato a ritornare casualmente. Ma sarà proprio vero? Pur contrariato dal dover affrontare, anche se per breve tempo, il suo vecchio mondo fatto di “ricchi e idioti”, in realtà reso ansioso dal riemergere di aspetti della sua vita che tornano prepotentemente a galla e dal lasciare un luogo in cui ha realizzato i suoi ideali e in cui si sente sicuro e appagato, decide di partire. Incontrerà Jørgen (Rolf Lassgård), ricco uomo d’affari, che si dimostrerà interessato al suo progetto ma che rimanderà un ulteriore approfondimento a dopo il matrimonio della figlia, al quale Jacob viene stranamente invitato. I due uomini sono estremamente diversi, sia caratterialmente che per scelte di vita. Jacob è idealista e sognatore, poco pratico, con un passato da spiantato, mentre Jørgen è un uomo di successo, concreto, che, tuttavia, dietro un’apparente serenità nasconde una profonda angoscia della morte (si scoprirà essere un malato terminale). I loro destini si sono incrociati non proprio casualmente. Jacob scoprirà che la neosposa è la propria figlia della quale non conosceva l’esistenza e la madre, nonché moglie di Jørgen, è la donna con la quale vent’anni prima aveva vissuto una relazione profonda ma distruttiva per entrambi, troppo diversi nell’affrontare la vita reale. Le intenzioni di Jørgen, conscio del poco tempo che gli resta, divengono presto chiare: concederà un finanziamento astronomico al progetto a patto che Jacob resti in Danimarca e si prenda cura della famiglia. Si è proiettati in un mondo di sentimenti che consente un approccio a varie tematiche sviscerate con la consueta perizia a cui ci ha abituato la scrittura di Anders Thomas Jensen: la fuga dal passato, l’importanza dell’affettività come motore della vita, l’idealismo come disperata ricerca di colmare un vuoto interiore, il desiderio di paternità e l’importanza di una paternità adottiva in grado di fornire sostegno affettivo e stabilità. La disamina dei sentimenti che animano la storia viene effettuata principalmente tramite i due protagonisti maschili, combattuti tra un passato che si è cercato di dimenticare (Jacob) e un presente che, ironia della sorte, appare tragico (Jørgen). Tutto ciò che era rimasto in sospeso, nascosto, ritorna; si riallacciano i fili delle esistenze e si completa l’incompiuto attraverso una reazione circolare che fa sì che ad una fine corrisponda un nuovo inizio, forse come atto di generosità, forse come desiderio ultimo di continuare in qualche modo ad esistere. Più marginali le figure femminili con un impatto sulla vicenda egualmente marginale. La sofferenza della candida figlia Anna (Stine Fischer Christensen) dopo essere stata cornificata a tempo di record influirà ma non sarà certo determinante nella scelta di Jacob. La rigida moglie Helene (Sidse Babett Knudsen), invece, vince la palma di personaggio più opportunista del film. Pur di continuare a sentirsi protetta dalla stabilità economica, mostra nei confronti della dipendenza alcolica del marito un’accondiscendenza benevola che non aveva attuato nella sua vita passata e che aveva posto fine, anche per la mancanza di sicurezza e di prospettive stabili, al suo rapporto con Jacob. Incarna, insomma, una scelta non proprio travagliata tra ideali e denaro.
Alla fine una domanda sorge spontanea e invita alla riflessione: è proprio vero che diventare adulti significa adeguarsi alla concretezza della realtà anche a spese di qualcosa a cui si tiene? La scelta di Jacob, seppur sofferta, è facilitata dalle circostanze. Può continuare a mantenere gli ideali “da lontano” e reinserirsi in un progetto di vita che presenta già tutte le caratteristiche di appagamento, come il ritrovare una figlia reale con la quale potrà compensare l’abbandono dei “figli adottivi”, e concedersi un più che probabile inizio, o continuazione, di una storia d’amore su basi più mature.

Sono il numero quattro

I Am Number Four
USA, 2011, colore, 109 min

Regia: D.J. Caruso

Sceneggiatura: Alfred Gough, Miles Millar, Marti Noxon

Cast: Alex Pettyfer, Dianna Agron, Timothy Olyphant, Teresa Palmer, Callan McAuliffe, Kevin Durand, Jake Abel


Avevo già citato senza troppa convinzione questo esemplare di fantascienza per teenager mesi fa, un tentativo, rivelatosi fallimentare, di donare alla fantascienza il suo Twilight. Il pubblico, nonostante la presenza del belloccio emergente Alex Pettyfer e della gnocca Dianna Agron, non sembra essersi particolarmente affezionato alle gesta del numero quattro e con molta probabilità i restanti numeri resteranno sulla carta dei romanzi della saga. Numero 4 è uno dei nove alieni che vengono fatti scappare dal pianeta natale Lorien prima che i perfidi Mogadorian, dei tamarri con le branchie, facciano secca l’intera popolazione. Non contenti di ciò, inseguono i fuggitivi pure sulla Terra per terminare il lavoro. Per un motivo non meglio precisato i 9 possono essere uccisi seguendo l’ordine numerico e 1,2 e 3 ci hanno già lasciato le penne, quindi se la matematica non è un’opinione… Ma come vedremo, per gli sceneggiatori e forse per chi ha scritto il libro la matematica è un’opinione. Numero 4, alias John Smith, è perennemente in fuga, accompagnato da un protettore pressoché inutile (Timothy Olyphant) e da una bestiaccia aliena sotto mentite spoglie. Dovrebbe mantenere un basso profilo ma proprio non ce la fa ad evitare di farsi immortalare mentre fa il figo sull’acquascooter o ad assecondare la mania fotografica di Dianna Agron (e mica scemo), una di quelle persone fastidiose che hanno trovato nell’obbiettivo un prolungamento del proprio essere e infischiandosene bellamente delle leggi sulla tutela della privacy fanno foto a tutto e tutti per poi pubblicarle su internet. Roba da ficcarle la macchina fotografica in gola. Nel frattempo 4 scopre che la Forza scorre potente in lui e può anche emettere fasci di luce dalle mani mentre fa salti di dieci metri. Giusto per non scontentare nessuno. Alla festicciola si aggiunge anche numero 6 (Teresa Palmer), la tipa cazzuta che i Mogadorian hanno già tentato di uccidere in barba all’ordine numerico. Sono il numero 4 stupisce fin dalla sequenza d’apertura (l’uccisione di numero 3) per la bruttezza degli effetti speciali, fatto decisamente insolito per una produzione targata Michael Bay, integrati talmente male da conferire un effetto comico. Poi le cose migliorano un po’ e si assestano su livelli che vanno dal sufficiente al mediocre. Stupisce anche come non si tenti nemmeno di abbozzare uno dei tradizionali cavalli di battaglia di queste produzioni vietate ai maggiori di sedici anni, il rapporto padre-figlio. Non che se ne senta la mancanza, comunque. In compenso i personaggi cambiano soventemente e inspiegabilmente atteggiamento a seconda di come girava agli sceneggiatori. Vogliamo parlare del capo della squadra di football nonché bulletto patentato? Prima mostra un’ossessione patologica alla stregua di uno stalker nei confronti della sua ex Dianna Agron, tormenta 4 e non contento cerca di farlo pestare dall’intera squadra di football; e nel finale cosa fa? Si trasforma in un agnellino e tutto tranquillo osserva i due piccioncini che gli si slinguazzano davanti. Mah…
Mi fermo qui, tanto la saga dovrebbe essere stata stroncata sul nascere.

giovedì 1 settembre 2011

The Green Butchers - Recensione

De grønne slagtere
Danimarca, 2003, colore, 95 min

Regia: Anders Thomas Jensen

Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen

Cast: Mads Mikkelsen, Nikolaj Lie Kaas, Line Kruse, Ole Thestrup, Aksel Erhardtsen, Nicolas Bro


Affermare che Anders Thomas Jensen sia uno sceneggiatore prolifico sarebbe usare un eufemismo. Il suo zampino è presente in quanto di meglio abbia prodotto il cinema danese negli ultimi dieci anni, successi internazionali compresi. Rarefatta è invece l’attività registica che comprende solo tre lungometraggi accomunati da una vena grottesca velata di malinconia e dal cast ricorrente e sempre impeccabile.

Svend (Mads Mikkelsen) e Bjarne (Nikolaj Lie Kaas) sono colleghi e amici che lavorano nella macelleria del tirannico “Salsiccia“ Holger. Il loro è un bel rapporto d’amicizia che nasce dall’incontro di due solitudini. Svend, continuamente deriso e umiliato dal boss, decide finalmente di mettersi in proprio insieme all’amico affrontando un investimento economico che permette di far luce su alcuni aspetti della loro vita passata. Bjarne si reca infatti alla clinica in cui è ricoverato il fratello gemello ritardato, Eigil, da anni in coma irreversibile dopo un pauroso incidente da lui stesso provocato, in cui hanno perso la vita i genitori e la giovane moglie di Bjarne. Senza starci a pensare troppo, autorizza i medici a staccare la spina per entrare in possesso della parte di eredità del fratello e fornire il suo contributo economico a Svend. L’inizio dell’attività lavorativa è disastroso, finché un evento fortuito, l’accidentale chiusura da parte di Svend dell’elettricista nella cella frigorifera, determina un capovolgimento della situazione. Per liberarsi dello scomodo inquilino surgelato, Svend ha la malsana idea di farlo a fettine e spacciarlo per carne di pollo accompagnata da una marinata di sua invenzione. La pietanza riscuote inaspettatamente l’approvazione degli ignari avventori e ben presto la macelleria diviene un posto di successo con tanto di servizi al telegiornale. Da qui in poi la situazione precipita e, grazie all’abilità di scrittura di Anders Thomas Jensen, non potrebbe andare meglio di così. In un crescendo surreale avverrà l’eliminazione sistematica di tutti i personaggi che possano interferire con la realizzazione del sogno di Svend e come se non bastasse, Eigil, una volta staccato dal respiratore, ritorna inaspettatamente in vita e nella vita di Bjarne.
Jensen è abilissimo nel tratteggiare due personaggi stanchi e disillusi, profondamente feriti e nel contempo totalmente fuori di testa. Bjarne è sempre stato posto in secondo piano dalla famiglia rispetto al fratello handicappato, verso il quale veniva indirizzata tutta l’attenzione con l’attuazione di un processo di negazione della disabilità che faceva sì che venisse assecondato in qualsiasi richiesta, compresa la guida di un’auto che porterà, con la complicità di un’animale, alla strage familiare. Non sorprende quindi che ami circondarsi di animali morti non solo sul posto di lavoro ma anche a casa attraverso un macabro hobby. Per il perfezionista ossessivo Svend, che in condizioni di stress è vittima di un’eccessiva sudorazione, l’infanzia è stata a dir poco problematica, segnata dalla perdita dei genitori e da atti di bullismo. In questo substrato psicologico si innesta la ricerca della fama a tutti i costi come unico elemento capace di supplire alla profonda solitudine e alla scarsa autostima. Talmente bassa che Svend non pensa neppure per un attimo che il successo della pietanza sia dovuto ad una sua creazione invece che ad un fatto a lui estraneo. E poco importa che la tiepida presa di coscienza delle proprie possibilità avvenga dopo che faccia fuori mezzo paesino assecondato dal quasi totale menefreghismo del suo compare. Anzi fa tenerezza quando come un bambino colto con le mani nel sacco si inventa le scuse più assurde per giustificare la presenza di un nuovo cadavere nella cella frigorifera. Se non si fosse capito, la verosimiglianza non abita da queste parti e l’improbabile happy ending non stona affatto in questo contesto di simpatici folli.



mercoledì 17 agosto 2011

L'angolo dell'inutilità parte seconda

L’avevo detto che l’angolo dell’inutilità prima o poi sarebbe tornato ed eccoci qui. Consiglio a tutti di recuperare la prima parte, decisamente più ispirata perché pare che ultimamente su Freezone giunga gente un po’ più normale (almeno stando alle chiavi di ricerca, eh) e le keyword hanno perso in mordente rispetto all’anno scorso. Inoltre il tempo scarseggia, tra esattamente tre ore ho un aereo da prendere e non posso scrivere troppe vaccate. Glisserò su erotomani, pervertiti di varia natura e fan di Bobby Eden perché nessuno di loro ha perversioni così originali da meritarsi una citazione.
Cominciamo con di che marca sono gli occhiali da sole di resident evil afterlife che è solo una delle decine di chiavi di ricerca che hanno come oggetto il feticismo da occhiali da sole che coinvolge i personaggi di Resident Evil (con Wesker sugli scudi), l’intramontabile Denzel Washington in Codice Genesi e persino Gary Oldman sempre nel sopracitato filmaccio post-apocalittico.
galeazzi pasto nudo non sta né in cielo né in terra. Come protagonista di qualche delirio allucinatorio partorito da Burroughs non ce lo vedo proprio e dubito anche che Galeazzi rifletta su quello che ha sulla punta della forchetta e si senta raggelato.
Non so quale sia la canzone in the running man durante il balletto e non lo voglio sapere.
In fuoco su messicani implacabile running man avverto una malsana goduria.
film di esperimenti genetici 2010/film di esperimeti genetici del 2010/film esperimento genetico 2010 appartengono tutte allo stesso strano individuo che spero abbia almeno capito il film che sta cercando è Splice.
erik van looy sirene americane mi fa sprofondare nello sconforto: dopo aver tessuto le lodi del regista fiammingo per non essersi fatto sedurre dalle sirene di Hollywood, scopro che sta girando il remake del suo Loft in terra americana. Tristezza…
catapulta di orione penso si sia confuso con i bastioni mentre sienna guillory afterlife che tette non è al corrente dei miracoli del push-up.
Siccome sono buono do una dritta a film fantascienza polizia giapponese contro androidi: non sono jappi bensì coreani ed il film è Natural City che tralaltro è una schifezza.
vin diesel anabolizzanti è abbastanza palese e dolph lundgren i cappelli mi lascia un po’ perplesso, non sapevo che condividesse con la regina Elisabetta questa malsana passione. Chiudiamo con richard cypher mutande che purtroppo per lei/lui viene spedito direttamente alla pagina di Ronal the Barbarian!
Au revoir!


mercoledì 10 agosto 2011

The Devil's Rock

The Devil's Rock
Nuova Zelanda, 2011, colore, 83 min

Regia: Paul Campion

Sceneggiatura. Paul Finch, Paul Campion

Cast: Craig Hall, Matthew Sunderland, Karlos Drinkwater, Gina Varela, Jessica Grace Smith


Non sarà un capolavoro ma trovare un filmozzo horror straight-to-dvd che riesce a non far venire voglia di scaraventare il suddetto dvd fuori dalla finestra come un frisbee è già qualcosa. L’accoppiata nazisti e occulto si dimostra ancora una volta terreno fertile per l’horror a basso budget, irrisorio in questo caso, che negli ultimi tempi ha goduto di un paio di produzioni felici (Outpost, Dead Snow). Ci sarebbe anche Blood Creek su cui, bell’incipit in bianco e nero a parte, è meglio stendere un velo pietoso. The Devil’s Rock vede due commado neozelandesi, lo smilzo capitano Grogan (Craig Hall) e l’appesantito sergente Tane (Karlos Drinkwater), in missione di sabotaggio alla vigilia del D-Day. Lo scopo è quello di far saltare in aria un cannone antiaereo posto su una remota isola del canale della Manica per allontanare l’attenzione dei crucchi dalla Normandia. I due baldi Kiwi approdano sull’isola in canoa, si fanno strada attraverso la spiaggia pesantemente minata e giungono al complesso di bunker che immaginano essere pieno di nazisti da far secchi con discrezione. Immaginano bene solo a metà, le gallerie sono sì piene di nazi ma a farsi secchi ci hanno già pensato da soli. Grida femminili distraggono dalla missione i nostri eroi che decidono, non l’avessero mai fatto, di indagare. Un brivido mi corre lungo la schiena quando uno dei due viene catturato da un colonnello nazista superstite (Matthew Sunderland) e sembra che TDR prenda una svolta da torture porn che per fortuna si risolve in un nulla di fatto. Non è il momento per gli interrogatori: il problema maggiore dell’evocare demoni alla ricerca dell’arma definitiva è che le cose non vanno mai come dovrebbero. In questo caso la demonietta si presenta sotto forma di ragazza sexy (Gina Varela) incatenata al muro per una caviglia quando è in modalità manipolatoria mentre di base è una lussuriosa creatura di colore rosso, sicuramente imparentata con Re delle Tenebre di Legend, che ha un orgasmo ad ogni spargimento di sangue. Il mio personaggio preferito (dei quattro presenti, più svariati cadaveri come arredamento) rimane comunque il colonnello Meyer che disegna pentagrammi dappertutto e pronuncia incantesimi in maniera talmente enfatica da far sganasciare dalle risate. The Devil’s Rock sfrutta bene i pochi ambienti a disposizione (un paio di stanze e qualche corridoio ripresi da ogni angolazione possibile) e nel complesso non soffre della pessima realizzazione tecnica di molte produzioni direct-to-dvd. La regia di Paul Campion, che nasce come tecnico della WETA, anche se ha a che fare con demoni desnudi si dimostra incredibilmente pudica e non mostra carnazza. In compenso il buon Campion ha un’inclinazione al foot fetish peggio di Tarantino.



lunedì 8 agosto 2011

Singularity 7

Per il primo lavoro da tuttofare (sceneggiatura&disegni), Ben Templesmith sceglie la fantascienza, mettendo il suo stile frenetico e brutale al servizio di un delirio nanotecnologico di inaudita cattiveria. Trasportati da un meteorite caduto sulla Terra, i naniti, nanomacchine autoreplicanti capaci di manipolare la materia, cambieranno ogni cosa. La fusione dei naniti con un uomo qualunque determina infatti la creazione di un essere capace di piegare la materia alla sua volontà e che al principio utilizza questo dono tecnologico a sostegno dell’umanità. Ma qualcosa va storto e l’ospite va fuori di testa: all’uomo idealista si sostituisce una divinità tecnologica folle e cannibale che fagocita miliardi di persone per mezzo dei naniti e costringe i superstiti a vivere sottoterra stile Matrix. A parte questo particolare e il look dei personaggi, le analogie con il film dei fratelli Wachowski si fermano qui; l’universo di Matrix a confronto di quello rappresentato in Singularity 7 sembra l’allegro villaggio dei puffi. Lande desolate e strane guglie aliene, squadroni della morte interfacciati con un dio virtuale, katane e smembramenti, Singularity 7 è questo e molto altro. Un’apocalisse più angosciosa di un trip andato a male condita con sferzate di ironia nerissima. Consigliatissimo.

Edit: Non pensavo fosse stato tradotto e invece ho scoperto che esiste anche una versione italiana dal titolo 7 Singolarità che per qualche strano motivo pluralizza il titolo originale.

domenica 7 agosto 2011

A somewhat gentle man - Sottotitoli

En ganske snill mann
Norvegia, 2010, colore, 105 min

Regia: Hans Petter Moland

Sceneggiatura: Kim Fupz Aakeson

Cast: Stellan Skarsgård, Bjørn Floberg, Gard B. Eidsvold, Jorunn Kjellsby, Bjørn Sundquist, Aksel Hennie, Jannike Kruse, Julia Bache-Wiig, Jan Gunnar Røise


En ganske snill mann poggia interamente sulle spalle cadenti del gigante Stellan Skarsgård che finalmente si prende una pausa dalle marchette hollywoodiane (deprimente l’ultima apparizione in Thor…) e a cui l‘aria scandinava fa benissimo. Ulrik (Stellan Skarsgård) è un appena uscito di prigione per omicidio. Eppure, tutto si potrebbe pensare di lui tranne che sia una persona cattiva e facesse parte di una banda di malviventi. Affronta ogni situazione facendo spallucce, si accontenta dello stretto necessario e, per una strana forma di riconoscenza, si concede a qualsiasi donna gli cucini un pasto caldo. Giovani e attempate, magre e grasse, non ha importanza. La sua unica preoccupazione è il recupero del rapporto col figlio, la cui compagna è a sua volta incinta. Ma Ulrik ha anche un conto da saldare se vuole dare una svolta alla sua vita.

A SOMEWHAT GENTLE MAN SOTTOTITOLI


sabato 6 agosto 2011

Falling Skies, quando non sono i cieli a cadere…

Avrei voluto postare già da tempo qualche impressione su questa serie oramai spernacchiata dai più e che grazie all’ingombrante partecipazione in veste di produttore di prezzemolino Steven Spielberg è stata riconfermata per una seconda stagione ma il mio decorso post-operatorio, flagellato da una serie di sfighe che mai mi sarei aspettato per qualcosa di così banale, me l’ha impedito. Ora che sono nuovamente in possesso di più della metà delle mie comunque ridotte facoltà mentali posso brevemente rimediare. Il contributo di Spielberg è ingombrante per modo di dire perché con ogni probabilità si è limitato a dare il beneplacito autorizzando un copia e incolla di spunti e tematiche dalla sua corposa filmografia con la consueta enfasi rivolta all’esaltazione dei valori familiari. Si da il caso poi che se lo sceneggiatore sia Robert Rodat, che ha scritto Salvate il soldato Ryan e Il patriota, quindi l’uomo giusto per parlare di resistenza a stelle e strisce a tutte le forme di invasione, aliena compresa. Non che ci abbia messo un impegno particolare dato che per la caratterizzazione del protagonista principale interpretato da Noah Wyle ricicla persino il “suo” Tom Hanks del soldato Ryan, professore di storia idealista convertito all’uso delle armi e circondato da caproni ignoranti. Per non parlare del fatto che qualsiasi evoluzione a livello di trama (risvolti sentimentali, elaborazioni del lutto, riscoperta dei sentimenti paterni, cattivi che si scoprono non così cattivi) è talmente prevedibile da non lasciare alcuno spazio all‘immaginazione. Inoltre non riesco a capire quale sia la molla che faccia impazzire il livello glicemico portandolo a livelli di guardia. Si alternano momenti di melassa su cui si indugia fin troppo a situazioni con gente rapita dagli alieni (la ragazza del figlio di Noah Wyle) che viene dimenticata tempo cinque minuti e mai più nominata. Questi particolari mi sono stati forniti da Case in quanto ho interrotto di seguire la serie precisamente alla quarta puntata, in occasione del tremendo finale teocon con preghiera collettiva e ringraziamo il Signore perché gli alieni ci hanno invaso e massacrato però noi siamo vivi e stasera abbiamo del cibo e la tua misericordia non ha limiti. La ragazza fanatica religiosa mi aveva già infastidito in precedenza ma nessuno sembrava darle troppo peso quindi ok ma se gli altri personaggi cominciano a prestarsi a simili momenti deliranti senza battere ciglio perché nemmeno la perplessità è consentita, allora la strada intrapresa non mi piace per niente. E addio ai laser da b-movie anni 80 del pilot e a Will Patton (il più inutile e meno carismatico dei minatori/astronauti di Armageddon) e al suo buffo parrucchino biondo.

martedì 12 luglio 2011

Priest - Recensione

Priest
USA, 2011, colore, 87 min

Regia: Scott Charles Stewart

Sceneggiatura: Cory Goodman

Cast: Paul Bettany, Karl Urban, Cam Gigandet, Maggie Q, Lily Collins, Brad Dourif, Stephen Moyer, Christopher Plummer, Alan Dale, Mädchen Amick



Priest è ambientato in un mondo alternativo devastato da secoli di guerra tra umani e vampiri. La guerra venne vinta grazie al contributo dei preti guerrieri, addestrati per diventare delle perfette macchine di morte. Una volta completata la loro missione, i Preti vennero considerati obsoleti e caddero nel dimenticatoio mentre buona parte della popolazione si rinchiuse all’interno di distopiche città fortificate sotto l’egemonia della Chiesa. Altri preferirono invece creare avamposti nel deserto e vivere come novelli coloni. Quando la nipote Lucy (Lily Collins, un bel manichino inglese con le sopracciglia di Frida Kahlo) viene rapita dai vampiri, Prete (Paul Bettany) rompe i voti e si avventura in sua ricerca accompagnato dal ragazzo di lei (Cam Gigandet, che ha i capelli come l’omino dei LEGO e la stessa espressività), nella speranza di trovarla prima che venga vampirizzata.

Dopo averci deliziato con Legion, che rimarrà per sempre scolpito nella memoria per la raffinata psicologia dei suoi personaggi e per gli angeli palestrati con le tecnomazze roteanti, l’accoppiata Scott Stewart/Paul Bettany torna a colpire. Fare di meglio non era certo difficile, considerando anche il fatto che si sono risparmiati la fatica di inventarsi tutto di sana pianta e hanno preso spunto da un fumetto coreano. Premetto che non ho mai letto l’omonimo manhwa di Hyung Min Woo e non posso esprimermi sulla fedeltà di questo adattamento ma non ci riporrei molte speranze. Probabilmente del fumetto ha solo il nome. In ogni caso meglio un Priest appiattito e occidentalizzato che un Legion. Il risultato è un filmetto leggero che fila via spedito - e ci credo, dura un’ora e un quarto! - frullando insieme western, teocrazia, preti guerrieri che saltellano in slow-motion e gli onnipresenti vampiri che stanno diventando più insopportabili degli altrettanto onnipresenti zombie. Dal canto suo, Stewart è l’ennesimo esponente dell’attuale trend che promuove gli specialisti degli effetti visivi a registi. Tanto per dirigere Priest mica bisogna essere degli attenti indagatori della psiche umana ma sapersela cavare con l’integrazione degli effetti in CG. In questo caso il massiccio ricorso al green screen è inversamente proporzionale alla personalità del regista, pari a quella di un’oloturia, che lo porta a saccheggiare senza vergogna da tutta la recente produzione snyderiana e andersoniana (mi riferisco a Paul W.S. naturalmente). Dico solo che non pensavo che qualcuno si sarebbe spinto persino a scopiazzare le inquadrature di 300. Inutile starci a pensare troppo - se avessi voluto pensare non mi sarei certo lanciato nella visione - meglio lasciarsi trasportare dal ritmo forsennato della narrazione. Si passa senza un attimo di tregua dalla Città Cattedrale, debitrice in egual misura della Los Angeles di Blade Runner (il set è lo stesso) e del mondo immaginario di Franklyn, al deserto post-apocalittico che si trasforma in far west. In questo amalgama di generi è proprio il western ad avere una parte preponderante tramite un’operazione di aggiornamento di situazioni e stereotipi. Ci sono i coloni vestiti come nella casa nella prateria e lo sceriffo pistolero Cam Gigandet, c’è l’assalto al treno in corsa carico di vampiri in cui i cavalli vengono sostituiti da roboanti motociclette eco friendly ad energia solare, ci sono i vampiri rinchiusi nelle riserve come i nativi americani e via discorrendo.
Per quanto riguarda il cast, spero che Paul Bettany sia guidato da una cospicua dose di autoironia nella scelta dei ruoli perché altrimenti ci sarebbe da preoccuparsi. Dopo il monaco palestrato de Il codice da Vinci, l’angelo palestrato di Legion e il prete palestrato di Priest non oso immaginare chi sarà il prossimo. Comunque è oramai palese che preferisca lanciare croci-shuriken assumendo pose cool piuttosto che imparare le battute. La presenza scenica c’è sempre ma sono lontani i tempi di Gangster No. 1, quando perforava lo schermo con quello sguardo glaciale da psicopatico degno di Malcolm McDowell (non per nulla nel film interpretano lo stesso personaggio a distanza di anni). I tempi della recitazione non monosillabica. Il versatile Karl Urban, invece, aggiunge un altro personaggio insulso alla sua lunga collezione di personaggi insulsi mentre Stephen Moyer ogni volta che sente pronunciare il termine vampiri, alza la manina e risponde presente. Anche se non gli fanno fare il vampiro e muore subito. Ma la palma del peggiore del lotto spetta all‘omino dei LEGO, i cui numerosi ed impietosi primi piani sono indice di sadismo nei suoi confronti ancor prima che verso lo spettatore. Cameo in computer grafica per la regina dei vampiri per farci capire che stanno già pensando al sequel. Amen.

Prima clip per Hell


Avevo già parlato in precedenza di 2016: Das Ende Der Nacht, post-apocalittico teutonico diretto dall’esordiente Tim Fehlbaum e prodotto dal re dei disaster movie e alfiere del patriottismo a stelle e strisce Roland Emmerich, a cui si deve sicuramente il cambiamento di titolo. Si è optato per Hell, di respiro internazionale ma piuttosto banalotto. Qui su Freezone accogliamo sempre ben volentieri la notizia di un nuovo titolo di questo sottogenere della fantascienza che sta tornando in voga negli ultimi tempi, animati dalla speranza che sia cupo e disperato come i capolavori sovietici degli anni ‘80 e soprattutto privo di ammiccamenti teocon e presunti superstiti all’apocalisse con la panza da Oktoberfest (ogni riferimento a Codice Genesi è puramente voluto). A dispetto del produttore, per questo film avverto inspiegabili vibrazioni positive.
Hell uscirà nelle sale tedesche l’11 settembre, di seguito clip e sinossi:

Metà della superficie terrestre è desertificata a causa di sconvolgimenti climatici, la popolazione è in larga parte estinta e i sopravvissuti sono costantemente in cerca di cibo e acqua e di un luogo che consenta condizioni di vita sostenibili. Marie (Hannah Herzsprung) e la sorella minore Leonie (Lisa Vicari) cercano, con l'aiuto di Peter (Lars Eidinger), di raggiungere le montagne dove sembra che piova ancora. L'accordo è semplice: Peter fornisce protezione alle due sorelle e condivide con loro le sue scorte di cibo e Marie lo ripaga in natura. Si mettono in viaggio bordo di una sgangherata station wagon solo per rimanere ben presto a secco. Inevitabili spiacevoli incontri si frapporranno al raggiungimento della loro meta.

venerdì 10 giugno 2011

Navigator - Un'odissea nel tempo - Recensione

The Navigator: A Medieval Odyssey
Australia/Nuova Zelanda, 1988, bianco e nero/colore, 90 min

Regia: Vincent Ward

Sceneggiatura: Kely Lions, Geoff Chapple, Vincent Ward

Cast: Bruce Lyons, Hamish McFarlane, Marshall Napier, Noel Appleby, Chris Haywood, Paul Livingston, Charles Walker


Nella Cumbria del 1348, la peste nera dilaga lasciando una scia di morte e putrefazione. In un piccolo villaggio di minatori, il giovane Griffin, i cui sogni premonitori hanno già aiutato la comunità in passato, ha una visione: la piaga risparmierà il villaggio se gli abitanti faranno un’offerta a Dio prima del sorgere del sole. Bisognerà portare una croce nella città di luce e innalzarla sulla cima di una cattedrale. Guidati dalle visioni di Griffin, un gruppo di minatori scava un tunnel verso il centro della terra e riemerge ad Auckland, in Nuova Zelanda, nel 1988. Mentre esplorano questo mondo sconosciuto, Griffin ha la visione che uno dei membri del gruppo perderà la vita prima dell’alba…

È un peccato che un regista capace di creare suggestioni visive come Vincent Ward sia finito così presto nel dimenticatoio. Nonostante i suoi film difettino spesso sotto il versante narrativo, è innegabile che Ward sia in possesso di un talento visionario e allucinato e di una maestria nel padroneggiare i giochi di luci e ombre che non molti possono vantare. Il regista neozelandese esordisce nel 1985 con Vigil, film criptico e antinarrativo, un susseguirsi di immagini filtrate attraverso le fantasie e lo sguardo ingenuo di una ragazzina che vive in un’isolata regione della Nuova Zelanda. Segue, nel 1988, Navigator, meno complesso e maggiormente appetibile a livello commerciale rispetto al film precedente. Navigator - un’odissea nel tempo, questo il titolo completo per non confonderlo con l’omonimo classico di fantascienza per ragazzi a base di bimbetti nello spazio, viene accolto da scroscianti applausi al festival di Cannes, riceve il plauso di Werner Herzog e spalanca le porte di Hollywood al suo regista. Purtroppo per lui, viene coinvolto nella stesura di quella che si rivelerà la sceneggiatura più travagliata che il cinema di fantascienza ricordi. Il film incriminato è Alien³, che finirà per essere un collage tra alcuni spunti del regista neozelandese e quelli dei duecentocinquanta sceneggiatori che di volta in volta si susseguirono nell’impresa di scrivere qualcosa di ben accetto dalla produzione (William Gibson e Walter Hill solo per citare i nomi più noti). Hollywood non era pronta per cattedrali gotiche e decadenti su pianeti boscosi popolati da monaci che rifiutano la tecnologia e un Alien concretizzazione di profezie apocalittiche, peccato. Avik e Albertine (1993) è un film sullo scontro tra culture e sulla corruzione dell’innocenza. Ce la mette tutta per scatenare emozioni ma si rivela più glaciale dei territori di provenienza del suo protagonista eschimese. Sul versante opposto troviamo invece Al di là dei sogni (1998), una robaccia melensa che sembra partorita dal peggior Spielberg in overdose da zucchero filato. Come se non bastasse c’è anche Cuba Gooding Jr. La rarefatta filmografia del regista si conclude, per ora, con il ritorno nella madrepatria e due titoli inediti in Italia, River Queen (2005), un dramma ambientato durante le Guerre Maori (d‘altronde in Nuova Zelanda, se vuoi realizzare un film a sfondo sociale di che altro potresti parlare?), e il quasi-documentario Rain of the Children (2008).

Navigator è il film che meglio di tutti sintetizza pregi e difetti del cinema di Ward. Regista di grande individualità e creatività, focalizza la sua tecnica narrativa sull’importanza fondamentale dell’immagine. Grazie ad un occhio da pittore ed un’attenzione maniacale per i dettagli pennella costantemente inquadrature di grande suggestione a cui è difficile rimanere indifferenti, attingendo dal gotico, dal barocco, senza dimenticare la lezione dei pittori fiamminghi. Purtroppo Ward è maggiormente impegnato nella creazione di una sontuosa impalcatura visiva che a organizzare le scene in maniera fluida. Per fare un esempio, poco dopo che i nostri medievali giungono nella Auckland moderna, Connor, il fratello di Griffin, decide di cercare la cattedrale per i fatti suoi e il gruppo si divide. Si ha l’impressione che le parti che lo riguardano vengano inserite forzatamente e un po’ a casaccio nella narrazione solo perché esteticamente notevoli. Altre scene invece avrebbero necessitato di una sforbiciata, soprattutto per quanto riguarda la parte moderna, come quando il gruppo deve fare i conti con l’attraversamento di un’autostrada trafficata. D’accordo che rappresenta il primo impatto con una realtà incomprensibile per uomini del XIV secolo ma non ci si possono perdere dieci minuti di cui la metà spesi in dialoghi assolutamente inutili. Eppure nonostante i dialoghi spesso superflui si finisce con l’affezionarsi a questi personaggi (a parte Ulf il ritardato) che fanno i discorsi deliranti di chi ha una visione ancora teocentrica del mondo ma in fondo risultano simpatici nella loro ingenuità. Azzeccata la scelta del cast con le loro facce… medievali. Non conosco nessuno degli attori ma pare che sia gente piuttosto famosa in Australia e Nuova Zelanda.
Il passaggio tra passato e presente viene reso anche cromaticamente con il passaggio dal bianco e nero sgranato dell’epoca medievale ai colori allucinati della parte moderna che contribuiscono ad esaltare il senso di spaesamento dei medievali nei confronti di un mondo che ai loro occhi appare come un incubo luminoso. La sceneggiatura presenta metafore di facile lettura (l’AIDS come nuova peste nera) e indugia abbondantemente sullo scontro con i “mostri” del presente: automobili, un sottomarino nucleare che emerge nella baia di Auckland (!) mentre quei poveri disgraziati si trovano su una barca a remi, bracci meccanici in una discarica che assumono l’aspetto di tentacoli di bestie mitologiche.
Lontano sia dalle sferzate satiriche de I banditi del tempo di Gilliam che dall’umorismo demenziale de I visitatori, Navigator è una visione obbligata per gli amanti dei viaggi del tempo in chiave fantasy e delle favole dal finale amaro.

sabato 14 maggio 2011

Jodorowsky’s Dune, il documentario













Dal Festival di Cannes arriva la notizia che il regista Frank Pavich è al lavoro sul documentario Jodorowsky’s Dune, incentrato sul naufragato tentativo del regista cileno di adattare nel 1976 il pluripremiato romanzo di Frank Herbert. Dune avrà comunque la sua travagliata incarnazione cinematografica nel 1984 ad opera di David Lynch nel suo lavoro meno personale. Il documentario, prodotto da Snowfort Pictures, Camera One e Koch Media, offre la possibilità di addentrarsi nella visione di Jodorowsky, che avrebbe giovato della collaborazione di artisti quali Moebius e Giger.

Lo stesso Jodorowsky riporta alcuni dettagli del delirio a cui saremmo andati incontro:
“Non volevo rispettare il romanzo. Volevo ricrearlo. Per me Dune non appartiene ad Herbert così come Don Chisciotte non appartiene a Cervantes. Nella mia versione di Dune, l’imperatore della galassia è pazzo. Vive su pianeta artificiale fatto d’oro, in un palazzo d’oro costruito secondo le non-leggi dell’antilogica. Vive in simbiosi con un robot identico a lui. La somiglianza è così perfetta che i sudditi non sanno mai se si trovano di fronte l’uomo o la macchina. Nella mia versione, la spezia è una droga blu dalla consistenza spugnosa con al suo interno una forma di vita vegetale-animale dotata di conoscenza, il livello più alto di conoscenza. Non smette mai di cambiare forma, mentre si agita incessantemente. La spezia provoca continuamente la creazione di innumerevoli universi.”

I fan più intransigenti del libro avranno probabilmente tirato un sospiro di sollievo leggendo queste parole nonostante i nomi coinvolti in questo ambizioso progetto. Ricordo infatti che Moebius si sarebbe occupato del design dei costumi e dello storyboard, Chris Foss di quello delle navi spaziali e dei veicoli, H.R. Giger avrebbe dato vita al pianeta natale degli Harkonnen mentre la sceneggiatura di Dan O’Bannon avrebbe supportato il tutto.






Fonte: Twitchfilm

venerdì 13 maggio 2011

Iron Sky ha una data d’uscita!

Iron Sky, la commedia fantascientifica frutto di una coproduzione australofinnicotedesca, si ripresenta con un nuovo teaser dal titolo “We come in peace” che rivela inoltre la tanto agognata data d’uscita: 4 aprile 2012.
Iron Sky è rimasto in produzione per cinque anni, durante i quali la collaborazione con il pubblico per la creazione di contenuti, pubblicità e ovviamente per la ricerca di fondi, non è mai venuta meno. Le riprese principali in Australia e Germania sono terminate quest’inverno ed il film è attualmente in fase di post-produzione con la prima fase di montaggio ultimata. Adesso la palla passa alla Energia Production, la compagnia con sede in Finlandia responsabile degli effetti speciali.
Se Iron Sky raggiungerà quantomeno il livello d’intrattenimento di Cargo potrò ritenermi soddisfatto.



giovedì 5 maggio 2011

World Invasion: Battle Los Angeles - Recensione

Battle: Los Angeles
USA, 2011, colore, 116 min
Regia: Jonathan Liebesman
Sceneggiatura: Christopher Bertolini
Cast: Aaron Eckhart, Ramon Rodriguez, Cory Hardrict, Jim Parrack, Ne-Yo, Bridget Moynahan, Michael Peña,
Michelle Rodriguez

Quando parliamo di retorica vuota e patriottismo spicciolo gli americani non hanno praticamente concorrenza. Basterebbe questa frase per liquidare World Invasion: Battle L.A. per quello che è: uno spot per l’arruolamento nel corpo dei Marines degli Stati Uniti lungo quasi due ore. Non a caso il genere dell’invasione aliena ben si presta a simili operazioni di propaganda in quanto è estremamente semplice tenere distinti i buoni dai cattivi. Nessuna macchia può adombrare la figura degli eroici Marine quando si trovano di fronte ad una violenza così cieca, feroce, che non ammette mediazioni e può solo essere combattuta con altra violenza. Così è tutto più facile, no?
Battle L.A. è stato descritto, da una dei quelle frasi ad effetto che precedono il lancio di un film, come un Black Hawk Down con gli alieni. E fin da subito il film del 2001 viene “omaggiato” con l’approssimarsi in elicottero del plotone di soldati capitanato dal sergente Michael Nantz (Aaron Eckhart) alla zona di guerra che un tempo era la città di Los Angeles, ora pullulante di alieni. Peccato che Jonathan Liebesman non sia Ridley Scott, capace con l’aiuto del montatore Pietro Scalia (giustamente premiato con l’Oscar per l’occasione) di trasformare l’incursione degli elicotteri a Mogadiscio nell’approdo in un territorio alieno, degno di un film di fantascienza. Qui ci dobbiamo accontentare del faccione di Eckhart, improbabile soldato. Il degno erede di Bill Pullman, con quella faccia da WASP, in tenuta mimetica è veramente poco credibile, però sei hai già salvato il mondo una volta (The Core) puoi tranquillamente ripeterti. Un flashback ci riporta indietro di 24 ore, prima che un’annunciata pioggia di meteore si trasformi in contatto alieno, giusto in tempo per fare la conoscenza dei baldi giovani soldati, i soliti insopportabili esaltati. Sono minuti di infinita agonia, resi meno pesanti dalla speranza che presto creperanno tutti. Poi si passa all’azione, con le epiche battaglie su larga scala alla Independence Day sostituite da una feroce guerriglia tra gli edifici diroccati della città (un doveroso plauso alle scenografie di Peter Wenham), la camera a mano a seguire da vicino i personaggi ed un confusionario montaggio ad unire il tutto. Nel caso i retorici dialoghi e le battute su John Wayne (e ho detto tutto) non abbiano già nauseato abbastanza, ci pensa l’insistito ricorso alla shaky camera a far venire il mal di mare. Ma è quando Eckhart diviene protagonista indiscusso della scena che bisogna incominciare a tremare. Sulla demenziale autopsia aliena effettuata direttamente sul campo per scoprire punti deboli si può sorvolare ma quando il prode sergente comincia ad elencare i soldati caduti per nome, grado e numero di matricola, il livello glicemico arriva ben oltre i livelli di guardia, tanto da sforare il limite tra cattivo gusto e demenzialità involontaria. Gli effetti speciali sono in linea con altre produzioni ad alto budget sebbene sappiano di già visto: le solite forme di vita biomeccaniche cha vanno di moda negli ultimi tempi condite con droni vari. Questi alieni poi, saranno pure tecnologicamente progrediti ma non brillano certo per scaltrezza dato che lasciano il centro di comando così sguarnito. Tirando le somme, se dovessimo confrontare Battle L.A. con l’analogo Skyline ci sarebbe l’imbarazzo della scelta. Il film dei fratelli Strause è scadente, dal budget limitato ma in fin dei conti innocuo. Qualcuno potrebbe obiettare che la presunzione che gli effetti speciali possano sopperire al nulla più totale tanto innocua non è, ma questo è un altro discorso. In Battle L.A. è invece meglio concentrarsi unicamente su questi. Per chi ce la fa.
Irritante, tremendamente irritante.

martedì 3 maggio 2011

Creatura degli abissi - Recensione

DeepStar Six
USA, 1989, colore, 105 min

Regia: Sean S. Cunningham

Sceneggiatura: Lewis Abernathy, Geof Miller

Cast: Nancy Everhard, Greg Evigan, Miguel Ferrer, Nia Peeples, Matt McCoy, Cindy Pickett, Marius Weyers
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Sul finire degli anni 80 la meta del cinema di fantascienza si sposta dal cosmo alle profondità marine, simili ad una galassia nella loro fluidità sconfinata. Nel 1989 escono infatti ben tre film con la medesima ambientazione: l’ottimo The Abyss di James Cameron, Leviathan di George P. Cosmatos e Deepstar Six, il fratellino povero ma precedente agli altri due. In cabina di regia, Sean S. Cunningham, più attivo in veste di produttore che come regista e famoso soprattutto per aver diretto il primo capitolo della saga di Venerdì 13. Ben conscio che certi film, proprio come una puntata di MacGyver, dovrebbero rimanere confinati in un angolo della memoria, e ricordati attraverso il filtro dello sguardo di un decenne decido comunque di rispolverare la mia vecchia VHS registrata dalla tv e immergermi insieme agli undici membri dell’equipaggio della base di ricerca sottomarina Deepstar Six e ai simpatici modellini che la compongono. In realtà la base, costruita dal tronfio dottor Van Gelder su commissione della marina degli Stati Uniti, oltre alla funzione di ricerca si occupa anche della costruzione di una base missilistica che con questi cattivissimi e mefistofelici russi non si scherza. La missione è quasi al termine ma viene rivelata la presenza di una cavità sottomarina custodita da una parete di roccia e i nostri furbissimi scienziati colti da un raptus di frenesia e in barba alla norme di sicurezza decidono di farla esplodere, causando non solo danni strutturali alla stazione e la messa fuori uso della camera di decompressione ma anche il risveglio di una forma di vita sconosciuta che non ha mandato giù tutto il trambusto e considera l’equipaggio, obbligato a non poter utilizzare le capsule di salvataggio col pretesto della decompressione, particolarmente succulento.
Cunningham, ovviamente per motivi di budget, decide di puntare sulla tensione fallendo miseramente e fa palesare il mostro degli abissi soltanto dopo una buona ora di film, lasciandosi finalmente andare ad un po’ di splatter. Fino ad allora al massimo si può assistere ai tentativi di mettere una pezza alle infiltrazioni d’acqua e al crescente stato di isteria di cui si fanno protagonisti un Van Gelder che vede russi da tutte le parti facendo avvampare paranoie da Guerra Fredda e soprattutto un esagitato Snyder/Miguel Ferrer che riesce a farsi menare da tutti. La prima apparizione della creatura è di quelle che si ricordano, non tanto per l’animatronic in sé che ricorda il vermone di Tremors con qualche occhio in più, quanto per il ridicolo pupazzo da quattro soldi usato per simulare il palombaro tranciato in due. Da questo punto in poi, Deepstar Six diventa tutto sommato guardabile, se non altro per la curiosità di vedere fino a che punto si può spingere l’idiozia di certi personaggi che per l’occasione si armano di shark dart (una specie di fiocina caricata con cartucce di CO2, infilzi e boom) e fucili a pompa (che come è noto sono le armi standard che uno si porta nelle missioni sottomarine). In verità più che la creatura degli abissi stessa ci pensano gli stessi membri dell’equipaggio a farsi secchi tra loro. La parte del leone è affidata a Miguel Ferrer, vera e propria scheggia impazzita, che pungola qualsiasi cosa tranne che il mostro prima di ritinteggiare le pareti di una capsula di salvataggio con i suoi fluidi corporei. Il resto dell’anonimo cast risulta non pervenuto se si esclude Nia Peeples in funzione di miss canottiera bagnata.

martedì 12 aprile 2011

Camelot

In attesa che serie qualitativamente impeccabili come Dexter, True Blood, Boardwalk Empire e Mad Men riprendano un posto fisso nei nostri sistemi di file-sharing, decido di gettarmi a capofitto nella ricerca di un riempitivo, non dico in grado di appassionare ma quantomeno di porsi come passabile intrattenimento. Per fortuna il tormentone Lost (ovvero quando si è già capito tutto a metà della prima stagione e creatore e sceneggiatori si ingegnano per farti credere che non sia così per le restanti cinque. In poche parole, una presa per i fondelli) a qualcosa è servito, mi ha reso più intransigente e due puntate sono più che sufficienti per capire l’andazzo e depennare una serie. Camelot rientra tra queste. Dopo il successo di Spartacus Blood and Sand, praticamente una copia carbone di 300 di Snyder con Spartaco al posto di Leonida, il canale Starz si cimenta questa volta con il ciclo arturiano, prendendosi qualche libertà e cercando di riproporre la fortunata formula “tette&culi über alles”. Una domanda sorge spontanea: cosa ci fa la bella Eva Green, le cui quotazioni non mi risultano essere in ribasso, in una Britannia dove fanno la loro comparsa i ciuffi emo e il giovane Artù ha un’espressione che più ebete non si può con il vuoto totale che si intravede al di là degli occhi bovini? Forse è salutare prendersi una pausa dal lavoro serio o forse è il mutuo da pagare. Il resto del cast, composto prevalentemente da attori inglesi, comprende Sean Pertwee, che ricordo con piacere in Botchet, e James Purefoy che pare essersi abbonato a film di cappa e spada (Solomon Kane, l’imminente Iron Clad). A questo punto gli autori di Camelot si sono detti: “perché Artù/Jamie Campbell Bower deve rubare la scena a tutti con il suo talento cristallino? Affianchiamogli un nome di prestigio che vesta i panni di Merlino, in modo che si senta meno solo. Joseph Fiennes, è lui l’uomo giusto!”. E infatti quando due attori di tale caratura compaiono sulla scena, il miracolo si compie, l’alchimia è totale e le lacrime scorrono copiose di fronte a tale spettacolo. Il fatto che non si capisca mai dove stiano guardando è un dettaglio insignificante.
In realtà, il buon Joseph ha preso dal fratello Ralph giusto qualche tratto somatico e non certo le doti recitative, ed è quasi impossibile affezionarsi ad un personaggio da lui interpretato (salvo forse quello in Flashforward, per cui si prova quella simpatia che va di pari passo alla compassione verso un uomo destinato a diventare cornuto senza che possa farci niente). Il suo Merlino in versione rimodernata che si fa chilometri a piedi non fa eccezione. E ora basta che questa serie è insulsa e noiosa e vado a recuperare Excalibur per disintossicarmi.


venerdì 8 aprile 2011

Mammuth - Recensione

Mammuth
Francia, 2010, colore, 92 min

Regia: Gustave Kervern, Benoît Delépine

Sceneggiatura: Gustave Kervern, Benoît Delépine

Cast: Gérard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani, Miss Ming, Philippe Nahon, Bouli Lanners, Anna Mouglalis, Benoît Poelvoorde


Gustave Kervern e Benoît Delépine, dopo il bellissimo Louise-Michel, tornano a parlarci del tema del lavoro ai tempi della globalizzazione, senza tradire lo spirito anarchico e anticonformista che li contraddistingue e avvalendosi di uno straordinario Gérard Depardieu che giganteggia, è il caso di dirlo, per l’intera durata della pellicola.
Serge (Gérard Depardieu), gigante silenzioso e dall’aria un po’ tonta, soprannominato Mammuth dal nome di una moto degli anni ’70, lavora nel mattatoio di un’azienda di insaccati. Dopo aver abbandonato la scuola prima della licenza liceale ed essersi cimentato in una miriade di lavori (apprendista mugnaio, becchino, buttafuori, giostraio), ha dedicato completamente gli ultimi sedici anni della propria vita al suo attuale lavoro, senza mai assentarsi un giorno né tantomeno creando alcun rapporto di amicizia. Ma a Serge sta bene così, il lavoro è il suo unico valore. Purtroppo per lui, arriva l’età pensionabile, e, dopo un’allucinante e sbrigativa cerimonia di saluto con i colleghi, figure anaffettive interessate per l’occasione unicamente a sgranocchiare patatine, e il discorso, come da manuale, letto maldestramente dal datore di lavoro, si ritrova con un puzzle di 2000 pezzi come regalo di commiato e una vita quotidiana da riempire. La moglie Catherine (la sempre brava Yolande Moreau), paziente e dal forte senso pratico che sgobba in un supermercato, resasi conto delle difficoltà di riadattamento del marito, lo convince ad intraprendere un viaggio alla ricerca dei contributi “dimenticati” da alcuni dei passati datori di lavoro, in modo da poter dimostrare di aver lavorato in tutti gli anni precedenti e godere della pensione. Rispolverata la vecchia moto, una Munch Mammuth 1200, Serge torna sui luoghi della sua adolescenza ma inizierà anche un viaggio dentro se stesso, accompagnato dal fantasma del suo amore giovanile (Isabelle Adjani), morto tragicamente in un incidente proprio con quella moto, una catarsi per rinascere a nuova vita, con maggiore autostima e libero di vivere sentimenti. Durante le tappe del suo viaggio verrà in contatto con una vasta gamma di personaggi, a volte folli a volte commoventi, quasi tutti accomunati da precarietà lavorativa e nessuna speranza di pensione facendo emergere uno spaccato sociale dominato dall’illegalità e dal lavoro nero. Menzione d’onore per la nipote poetessa Miss Ming, un concentrato di follia, ingenuità e candore, un’artista alternativa che crea strani oggetti anche di uso quotidiano e ha seppellito, su sua esplicita richiesta, il padre in giardino per poter continuare a godere della pensione. Al termine del suo percorso, Serge si renderà finalmente conto di essere stato sempre sfruttato e riuscirà a fuggire dalla gabbia in cui si era rinchiuso liberandosi dai sensi di colpa, dai fantasmi del passato e dal senso di nullità che lo aveva portato, meccanismo di difesa per rimozione, a considerare prioritario e degno di essere vissuto appieno solo il lavoro.

sabato 2 aprile 2011

L'angolo dell'avventuriero: Gemini Rue

Alla fine Gemini Rue, precedentemente conosciuto con il titolo di Boryokudan Rue, è giunto alla tanto agognata commercializzazione grazie al supporto della Wadjet Eye Games. Se venite riscaldati da un alone nostalgico al solo sentire nominare le parole VGA e Beneath a Steel Sky continuate pure a leggere. Gemini Rue è un’avventure grafica indipendente di genere neo-noir fantascientifico che deve molto al sopracitato classico dei Westwood Studios e a Blade Runner sia videogame che film. Ci troveremo a vestire i panni di due personaggi le cui vicende sono strettamente connesse: Azriel Odin, poliziotto dall’oscuro passato e Delta-Six, cavia di una struttura segreta di riabilitazione. Il primo si muove sulla superficie del piovoso (bello a tale proposito il plug-in della pioggia) pianeta Barracus alla ricerca di informazioni sul fratello scomparso, il secondo, a cui è stata cancellata la memoria, è guidato dall’unico imperativo di fuggire dalla sua prigionia. Gemini Rue si configura come una classica avventura punta e clicca inframezzata da sporadiche sezioni, gestite tramite tastiera, che prevedono scontri a fuoco giusto per aggiungere un po’ di varietà al gameplay (per i più impediti è possibile abbassarne il livello di difficoltà). Gli enigmi sono strettamente logici e, vuoi anche per la ristretta quantità di locazioni, rimanere bloccati in un dato punto del gioco è pressoché impossibile. Si tratta perlopiù di utilizzare i terminali sparsi per il gioco in modo da ottenere informazioni preziose, di manipolare fisicamente altri personaggi facendo compiere loro una determinata azione (come in Lure of the Temptress, Joshua Nuernberger è fissato coi Westwood e su questo non ci piove) e di tenere a mente che i protagonisti non sono MacGyver e i metodi brutali sono incoraggiati. Arrovellarsi cercando le combinazioni più improbabili degli oggetti presenti nell’inventario non appartiene a Gemini Rue, perché semplicemente non si possono combinare. La storia, che poi è l’elemento cardine del genere, è ben raccontata sebbene sia pesantemente derivativa e presenti un grado di coinvolgimento che si attesta su livelli standard. Non è noiosa, grazie anche a dialoghi che vanno diritti al sodo senza perdersi in lungaggini di sorta, ma i colpi di scena, se così li vogliamo chiamare, sono tutt’altro che imprevedibili. Riesce comunque a stimolare il giocatore nella prosecuzione dell’avventura dato che il comparto grafico, volutamente in bassa risoluzione, leggasi datato (personaggi tutti uguali, locazioni spesso anonime e ripetute), unito ad un coefficiente di sfida che vira verso il basso, non rappresenta certo un incentivo. Il problema di Gemini Rue è che sembra puntare unicamente sull’effetto nostalgia e non presenta contenuti in grado di far scattare la scintilla come avviene in giochi come The Whispered World, favola poetica e toccante, e Downfall, avventura indie dallo stile schizzassimo e splatter. Se poi aggiungiamo che il prezzo, come tutti i giochi Wadjet Eye, è fin troppo alto per quattro orette di gioco (7-8 ore un corno), l’acquisto è da prendere con le molle.


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